UN POMERIGGIO ALL'IMPROVVISO
DI
DENISE MASEN
Giorno1
Sto
suonando questo dannato campanello da almeno dieci minuti. Ma chi me
l’ha fatto fare? E perché non mi viene ad aprire? Sono sicura che
sia in casa, visto che me l’ha confermato anche la sua vicina,
l’arzilla signorina Mayer, conosciuta ai più come “La Gazzetta
di Seattle.”
Mentre
aspetto ripenso alla prima volta che l’ho visto, solo un paio di
giorni fa.
Uno stridio di gomme improvviso. Mi volto e vedo l’auto di Tyler che attraversa impazzita il parcheggio dell’Università. Faccio appena in tempo a pensare che deve aver perso il controllo a causa dell’alta velocità o di una lastra di ghiaccio, quando mi rendo conto che sono sulla sua traiettoria.
Mi travolgerà in pieno!
All’improvviso una violenta spinta mi catapulta in avanti. Mi sento avvolgere in un abbraccio e, quando ruzzolo a terra, non sbatto sul duro asfalto del parcheggio ma su qualcosa di più morbido. Nello stordimento mi rendo appena conto di un corpo avvolto in un giubbotto in pelle sotto di me. Poi solo confusione: gente che urla, gente che accorre. Mi muovo e la persona sotto di me si alza. Dal giubbotto nero spunta una mano davanti al mio viso, l’afferro e mi aiuta ad alzarmi. Dita lunghe avvolgono le mie, una mano grande e calda mi si appoggia sulla schiena per calmare il mio tremore. Due occhi si fissano nei miei, occhi splendidi, limpidi, puri e impetuosi, di un colore indefinito che non è né verde né azzurro. Il proprietario di quegli occhi incredibili ha un bel volto dai lineamenti dolci, in netto contrasto con il resto di lui: alcuni piercing sul viso, capelli scarmigliati e un giubbotto in pelle. Neanche il tempo di ringraziarlo che se n’è andato, lasciandomi tra la folla accalcata a verificare le nostre condizioni.
«Chi è?» chiedo subito alla mia migliore amica Angela, accorsa preoccupata.
«Bella, come fai a non conoscerlo? Seguite dei corsi insieme. È Edward Cullen, il ragazzo di Jessica Stanley.»
Non
posso fare a meno di chiedermi nuovamente che c’entri Jessica,
ereditiera di una tra le più ricche famiglie di Seattle, sempre
curata, fine ed elegante con lui, i suoi piercing e il chiodo in
pelle.
Faccio nuovamente trillare con insistenza il campanello e, finalmente, odo un’imprecazione provenire dall’interno della casa.
Uhm, forse era meglio non insistere, ma ormai è troppo tardi. Sposto il peso da un piede all’altro, nervosa, mentre scorgo un movimento dietro al vetro finemente lavorato della porta d’ingresso che si spalanca all’improvviso.
Faccio nuovamente trillare con insistenza il campanello e, finalmente, odo un’imprecazione provenire dall’interno della casa.
Uhm, forse era meglio non insistere, ma ormai è troppo tardi. Sposto il peso da un piede all’altro, nervosa, mentre scorgo un movimento dietro al vetro finemente lavorato della porta d’ingresso che si spalanca all’improvviso.
Giorno 2
«Che
vuoi?» ringhia Edward.
Rimango
per un istante pietrificata ad osservarlo: gli splendidi occhi sono
ridotti a una fessura a causa della forte luce del sole del primo
pomeriggio. I capelli sono spettinati, come se fino a un istante fa
fosse stato a letto e la maglietta bianca è sgualcita, come se ci
avesse dormito. Non mi lascia il tempo di scusarmi per averlo
disturbato che borbotta qualcosa di incomprensibile, si volta e
rientra in casa lasciando la porta aperta. Tentenno un attimo, poi lo
seguo nella fresca penombra chiudendo la porta alle mie spalle. Sale
le scale senza mai voltarsi indietro, dandomi modo di osservare per
bene le sue spalle larghe, la schiena ampia e forte, il sedere sodo e
le gambe chilometriche avvolte in un paio di pantaloni neri di
cotone, i piedi scalzi. Nel tragitto sbadiglia più volte confermando
i miei sospetti sul fatto che stesse dormendo.
oops!
Edward
mi indica la porta aperta di una stanza completamente buia.
«Aspettami qua.» mormora tra uno sbadiglio e l’altro.
Mi
inquieta entrare in una stanza buia in una casa che non conosco, così
decido di seguirlo. Lui si ferma all’improvviso con la mano sulla
maniglia di una porta chiusa e io finisco per sbattergli addosso.
Sbuffa.
«Devo fare pipì, sei sicura di voler venire con me?»
Indietreggio
imbarazzata, «Oh! No. No, ti aspetto di là.»
Si
chiude la porta alle spalle senza aggiungere altro. Ritorno alla
stanza buia e a tentoni trovo l’interruttore della luce.
È
una camera da letto. La sua.
Con il grande letto, ovviamente, sfatto. Mi dirigo verso la finestra
e apro le imposte per cambiare l’aria viziata e, nell’attesa, mi
guardo attorno. Curiosando tra libri, cd e dvd mi accorgo che abbiamo
gusti simili. Sulla scrivania c’è più confusione: libri di testo
aperti e appoggiati l’uno sull’altro, quaderni, block-notes e
fogli svolazzanti con appunti in una calligrafia ordinata.
«Sei
venuta per farmi i compiti?»
Sobbalzo
e mi volto a guardarlo. I capelli sono ancora arruffati ma
l’espressione è sveglia e attenta.
Tentenno
impacciata prima di rispondere, «Scusa, non volevo ficcare il naso.»
«E
così, non solo mi butti giù dal letto, ma hai anche deciso che devo
rimanere sveglio?» mugugna indicando con un cenno del capo la
finestra aperta.
oops!
«Volevi
tornare a letto alle due del pomeriggio?» chiedo confusa.
È
appoggiato con la spalla allo stipite della porta, le braccia
conserte, le gambe incrociate alle caviglie e mi fissa. Non capisco
se sia arrabbiato o solo sorpreso. Il suo sguardo è intenso e
penetrante, così penetrante che mi sento come se mi stesse
spogliando con gli occhi. Per non lasciarmi intimidire lo osservo con
insistenza anch’io. Forse, però, sarebbe più corretto dire che
non riesco a staccare gli occhi dal suo bellissimo viso e dai suoi
piercing. Due piccole palline in metallo gli adornano il sopracciglio
destro, un’altra il lato destro del labbro superiore e un
brillantino il lobo sinistro.
dio!
quant’è sexy! com’è possibile che non l’abbia mai notato
prima?
Dopo
lunghi secondi di silenzio scuote la testa, senza però abbassare lo
sguardo, «Si può sapere cosa vuoi? Non mi hai ancora detto perché
sei venuta.»
ah,
giusto.
Raccolgo lo zaino da terra, l’appoggio sulla sedia e tiro fuori un
grosso libro, porgendoglielo. «Il professor Pattinson voleva fartelo
avere. Crede che ti sarebbe utile per l’esame della settimana
prossima.»
Edward
prende il libro e solo in quel momento noto un tatuaggio sulla parte
interna dell’avambraccio destro: è una scritta in una lingua che
non conosco, forse italiano. Mi fissa ancora. «Fammi capire: in due
anni che seguiamo gli stessi corsi non mi hai mai degnato di uno
sguardo, e ora vieni a casa mia solo per portarmi un libro?»
Giorno 3
Sposto
il peso da un piede all’altro fissandomi la punta delle scarpe,
imbarazzata, «Ehm, è vero che praticamente non ci conosciamo ma-»
«Praticamente?»
mi interrompe sarcastico.
«Sì,
va bene, non ci siamo mai parlati, hai ragione. Ma tu l’altro
giorno mi hai salvato la vita e te ne sei andato prima che io potessi
ringraziarti. E poi non sei più venuto all’Università, avevo
paura che nella caduta ti fossi fatto male.»
Continua
a guardarmi in silenzio. Lo sguardo, prima severo, si addolcisce e un
sorriso tenta di spuntare sulle sue labbra, «E così, ora ti sei
accorta che esisto.»
Annuisco.
“Aspetta-Aspetta-Aspetta! Cos’è che ha detto prima? Sono due
anni che frequentiamo gli stessi corsi? E lui lo sa? E io che cosa
avevo davanti agli occhi?”
Ancora
incredula, con l’espressione colpevole e incapace di guardarlo in
viso, mormoro: «Grazie per l’altro giorno. Se non ci fossi stato
tu, l’auto di Tyler mi avrebbe uccisa.»
«Di
nulla. Ero solo al posto giusto al momento giusto.»
«Già.»
Rimango qualche istante in silenzio a ripensare a quei momenti poi mi
avvicino a lui. «Ti sei fatto male? È per questo che in questi
giorni non sei venuto all’Università?»
«No,
non mi sono fatto nulla. Non sono venuto perché non ne avevo
voglia.» dice, sedendosi sul letto.
«Meno
male.» dico sollevata che stia bene.
Il
suo sguardo, però, si fa un po’ triste, «Già.»
«Non
sembri convinto.» mi siedo accanto a lui, c’è qualcosa che lo
turba e vorrei tanto che me ne parlasse. Non riesco davvero a credere
di non averlo mai notato prima, ma ora che l’ho fatto non riesco a
smettere di guardarlo. Non so se sia solo il fatto che mi abbia
salvato la vita, ma improvvisamente sento un forte legame con Edward.
Inoltre sprigiona un erotismo e una sensualità che non credevo
potessero esistere fuori dai romanzetti rosa che leggo di solito. È
difficile stargli vicino senza affondare le dita tra i suoi capelli,
senza sentire quanto siano calde le sue mani o morbide le sue labbra.
Cerco
di riprendermi e di scacciare certe idee. «Vuoi parlarmene?»
Scuote
la testa, «Non c’è niente di cui parlare. Jessica mi ha
scaricato. Si era messa con me solo per fare un dispetto ai suoi, che
le hanno promesso una macchina nuova se mi avesse mollato. Non ci ha
pensato un attimo.» Rimane a fissare il pavimento, lo sguardo un po’
perso.
«Mi
spiace. Ci stai male?»
Si
alza in piedi dandomi le spalle, «Un po’, ma non per lei, era solo
una come tante. Quello che mi dà fastidio è essere stato usato. E
barattato con una macchina nuova, poi!» esclama con rabbia.
«Lo
capisco.» Mi alzo e vado dietro di lui, gli appoggio una mano sul
braccio stringendo un pochino. Mi viene spontaneo dargli conforto e
vorrei abbracciarlo, ma credo che mi prenderebbe per pazza se lo
facessi. «Non ci pensare, è solo una cretina.»
“Veramente,
credo sia molto più che una cretina. Macchina nuova?! Andrei in giro
in bicicletta a vita per stare con un ragazzo così.”
Si
volta e ci troviamo molto vicini, ad appena mezzo passo di distanza.
Posso sentire distintamente il calore del suo corpo e il profumo
della sua pelle. Il suo sguardo è così ardente che mi fa tremare le
gambe.
“Bicicletta?
Naa! Facciamo col monopattino.”
«Senti,
ormai mi hai svegliato, mi fai compagnia per pranzo?»
«Pranzo?
Sono quasi le tre del pomeriggio!»
Edward
va verso la finestra levandosi la t-shirt, «c’è una legge che mi
vieti di mangiare alle tre del pomeriggio?»
Giorno 4
Rimango
a guardare i muscoli della sua schiena flettersi mentre si toglie la
maglietta e la butta ai piedi del letto. È impossibile non notare i
tatuaggi che gli adornano il corpo muscoloso e mi prudono le mani per
il desiderio di accarezzarlo.
Non
mi sono mai piaciuti i tatuaggi, e neanche i piercing, ma su di lui
mi fanno tutto un altro effetto: sembrano esaltarne la bellezza.
Osservo ipnotizzata un complicato intreccio tribale di linee
appuntite che parte dalla base del collo e scende di una trentina di
centimetri sulla sua schiena, occupando tutta la larghezza delle
spalle. Lo sto ancora fissando quando si dirige all’armadio per
prendere una maglia pulita, che indossa seguita da una felpa leggera
di colore nero.
Non
mi rendo subito conto che si è levato i pantaloni della tuta. Me ne
accorgo solo quando li getta sul letto e ho già avuto modo di
osservare i suoi boxer aderenti neri e le curve di tutto
quello che nascondono. Mi sembra di sentire una bolla prender forma
nella mia pancia e un calore mi si sta diffondendo tra le cosce.
oh,
porca miseria!
Avvampo
e mi volto di scatto dandogli le spalle, imbarazzata. Nonostante non
sia più una ragazzina, i miei rapporti con l’altro sesso, finora,
sono stati piuttosto scarsi perché mi sono sempre concentrata solo
sullo studio. Ho avuto solo un paio di storielle passeggere, finite
principalmente perché non me la sentivo di fare sesso, anche se è
stato durante una di queste che ho perso la verginità. L’ho fatto
solo perché insisteva così tanto che ero stanca di sentirglielo
chiedere e, lo ammetto, per curiosità, per provare. Non ci siamo
neppure spogliati: quell’idiota di Mike Newton si è limitato ad
alzarmi la gonna sul sedile posteriore della sua auto e sfilare il
perizoma. Ed è stato talmente veloce e squallido, che non solo non
mi sono accorta di nulla, ma non ho più voluto ripetere
l’esperienza. A tutti gli effetti, quindi, è come se fossi ancora
vergine.
Persa
nei miei pensieri non mi accorgo che Edward si è avvicinato e,
quando mi tocca la spalla, sobbalzo voltandomi di scatto.
«Che
c’è? Non hai mai visto un ragazzo in mutande?» chiede con tono
ironico e sorriso beffardo.
«Sì!
Certo che sì, per chi mi hai presa?» mento spudoratamente con le
guance in fiamme.
«Mmmhh,
sarà.» mi fissa con uno sguardo furbo e tagliente, come se avesse
scoperto il mio segreto. «Dai, ora andiamo. Ho fame.»
Mi
precede fuori dalla stanza e fa una sosta in bagno per pettinare i
capelli, anche se quando esce non noto una gran differenza da prima.
Scende velocemente le scale e, dopo aver afferrato al volo il
giubbotto dall’attaccapanni all’ingresso, si dirige verso
l’interno della casa. Da qui, passiamo a un garage sotterraneo
protetto da una porta blindata con allarme, che disattiva inserendo
un codice numerico. Una volta nel garage, afferra un mazzo di chiavi
da un piccolo quadro attaccato su una parete e mi fa strada verso una
Volvo color argento. Non riconosco le altre macchine presenti, ma
hanno tutte un’aria molto costosa.
Il
viaggio verso il fast-food procede tranquillo e scambiamo solo poche
parole. Devo ammettere che stare così vicino a Edward mi rende un
po’ nervosa. Ed eccitata. Cavolo!
Una
volta accomodati al tavolo con il nostro vassoio, Edward azzanna il
suo hamburger come un leone, mentre io spilucco solo qualche patatina
che rubo dal suo piatto. Appollaiati su due alti sgabelli
chiacchieriamo del più e del meno e il tempo trascorre velocemente.
«Come
mai le tue storie con James e Mike non hanno funzionato?»
Mi
coglie alla sprovvista ponendomi una domanda così personale senza
guardarmi negli occhi, anzi, guardando il piatto di patatine. Ho la
sensazione, però, che sia solo un modo per simulare un’indifferenza
che in realtà non prova. Inoltre, sono sicura di non avergli mai
detto il nome dei miei ex ragazzi, quindi come fa a conoscerli?
Solo
quando tardo a rispondere, posa finalmente lo sguardo su di me,
«Allora?»
«Oh,
beh… diciamo che avevamo caratteri troppo differenti e
incompatibili. E poi volevano qualcosa che io non mi sentivo pronta a
dare.» Rispondo cercando di rimanere sul vago.
«Non
sarai una di quelle che cercano solo storie di sesso e a cui non
interessa una storia a lungo termine, vero?» chiede, soppesandomi
con uno sguardo serio.
hai
capito proprio tutto, tu, eh? Sagace…
«Tu
invece? Sei a caccia di una relazione seria? Non mi sembri il
tipo...» dico, rubandogli un’altra patatina.
«Vedi?
Siete tutte convinte che io cerchi solo storie da una botta e via.
Non che mi lamenti, eh? Mi va benissimo, però comincio a essere
stufo. Nessuna che guardi oltre le apparenze, che vada oltre i
piercing e i tatuaggi.» Ribatte sbuffando.
«Non
ti sarai montato un po’ la testa? Non mi sembri poi così
irresistibile.» è chiaro: mento sapendo di mentire. Lo so io, lo sa
la mia pancia e lo sanno le mie mutandine bagnate fradice.
Probabilmente lo sa anche Edward che mi lancia uno sguardo di sfida,
«Fai davvero così fatica a credere che io non abbia nessuna
difficoltà a trovare una ragazza per una scopata?»
«Non
fraintendere, sei molto bello ma…» all’improvviso non so come
finire la frase: l’immagine di lui che fa sesso mi azzera qualsiasi
pensiero coerente.
Rimango
a fissarlo: mai come in questo momento ho trovato qualcuno così
eccitante. Si accorge del mio sguardo e con noncuranza prende il suo
bicchiere, beve un lungo sorso trattenendo la bibita in bocca, quindi
fa una specie di risciacquo, come se si trattasse di collutorio.
Lo
guardo confusa.
Edward
deglutisce e tira fuori la lingua: non solo la punta come se mi
stesse facendo una linguaccia ma la tira fuori tutta.
Ho
un improvviso fremito tra le cosce e le stringo forte cercando di
alleviare la tensione che provo. Dopo un secondo di confusione lo
vedo: un piercing. Una pallina lucida di metallo sembra ammiccare
sulla sua lingua, che lui muove lentamente su e giù mimando qualcosa
che non conosco ma di facilmente intuibile, che mi fa bagnare
nuovamente tra le gambe.
Oh!
Porca! Miseria!
«Come…
cosa…» avvampo e ho una seria difficoltà a mettere in riga due
parole di senso compiuto.
Lui
scoppia in una risata, mette le braccia sul tavolo e vi appoggia
sopra la fronte, continuando a ridere.
Dopo
alcuni secondi si tira su, ancora con un sorriso scemo stampato in
faccia, «Non
hai proprio l’aria da donna vissuta, sai?»
Scrollo
le spalle facendo finta di niente e cercando di mascherare il mio
crescente imbarazzo.
Prima
che la situazione degeneri diventando troppo imbarazzante, decido di
spostare la conversazione su un altro argomento e mi butto sul primo
che mi viene in mente, «Come
mai ti sei fatto i piercing?»
Diventa
serio e mi osserva per qualche istante in silenzio chiedendosi,
probabilmente, il perché del mio improvviso cambio di argomento.
«Allora?»
lo incito scimmiottandolo per non dargli il tempo di riflettere.
«Domanda
leggera, eh?» chiede, con un sorriso tirato sul viso.
«Se
non vuoi rispondere non importa.»
Scuote
la testa, «Non
fa niente,» sussurra guardando il piatto di patatine ormai vuoto,
«quando avevo diciannove anni, mia madre e mio fratello Jasper sono
morti in un incidente d’auto.»
Fa
una breve pausa: non è vero che “non fa niente”. Il suo dolore
traspare da ogni centimetro del suo corpo: dalla rigidezza del busto,
l’espressione sofferta e le mani chiuse a pugno.
«Scusa,
non immaginavo…»
«Non
lo sa nessuno. Ci siamo trasferiti l’anno successivo, mio padre ha
detto che dovevamo cambiare aria, cambiare casa e cambiare amicizie
per poter dimenticare e andare avanti, e mi ha portato a Seattle.
Dicevo a tutti che i miei si erano separati perché non sopportavo
l’espressione di pietà che si dipingeva sul viso della gente
quando dicevo loro la verità. Da quando siamo qui, però, mio padre
si è tuffato nel suo lavoro. Non viene quasi mai a casa, non mi
cerca e non stiamo mai insieme. Mi ignora completamente, come se non
esistessi, come se quel maledetto giorno fossi morto anch’io. Così
ho fatto il primo piercing, quello all’orecchio. Se n’è accorto
dopo qualche giorno e si è limitato a fissarmi scuotendo la testa.
Allora la settimana dopo ho fatto quello al sopracciglio e quando
l’ha visto mi ha detto che sembravo un delinquente. Però mi
vedeva, mi parlava. E la settimana successiva ho fatto quello al
labbro: ha detto che sembravo un drogato. Poi mi sono stufato dei
piercing, allora sono passato ai tatuaggi: prima la scritta
all’avambraccio, poi il tribale sulla schiena e, per ultimo, quello
al fianco. Ho ottenuto una reazione solo dal primo: quando mi ha
visto mi ha insultato, ha detto che mia madre non avrebbe voluto
vedermi ridotto così. Non ce l’ho più fatta e l’ho mandato a
farsi fottere. Siamo arrivati alle mani e da quella volta
praticamente non mi parla più. Mi sono rassegnato: se mi vuole
ignorare che faccia pure, io farò altrettanto. Anzi, vivo meglio
senza di lui. L’ultimo tatuaggio rappresenta proprio quello: la mia
rinascita.»
Edward
ha parlato tutto d’un fiato senza mai guardarmi. Tra le mani una
salvietta che ha ridotto in striscioline, assorto nei suoi pensieri e
nei ricordi.
Sono
stata così trascinata dalle sue parole che non ho avuto neppure il
tempo per interromperlo o fargli qualche domanda. Non voglio vederlo
così, non posso sopportare che stia soffrendo a causa della mia
domanda. Allungo una mano e prendo la sua, stringendola.
Edward
alza lo sguardo sorpreso e, senza dire nulla, stringe a sua volta.
«Quello
al fianco non l’ho visto.» sussurro, non sapendo cos’altro dire.
Sorride,
«Allora dopo te lo farò vedere.» ammicca con un malizioso
occhiolino e accarezza il palmo della mia mano con il pollice.
Accidenti!
Come riesce a farmi venire questa tensione tra le cosce?
«Dai,
andiamo via.» Toglie la mano dalla mia, tira fuori una banconota dal
portafogli e la lascia sul tavolo.
Quando
risaliamo in auto mi chiede se voglio che mi accompagni a casa.
Vorrei dirgli di no perché mi piacerebbe stare ancora con lui, ma
non sono abituata a essere così esplicita e mi sento a disagio. Sto
per annuire, quando aggiunge, «Avrei voglia di un gelato. Ti va?»
Non
riesco a trattenere un sorriso, «Non chiedo di meglio.»
Sorride
a sua volta e accende il motore. Il breve viaggio verso la gelateria
prosegue in silenzio, ma non un silenzio carico di imbarazzo o tipico
di quando nessuno dei due sa cosa dire. È invece il silenzio di due
persone a proprio agio tra loro, che godono della compagnia di chi
hanno accanto.
Una
volta arrivati ci sediamo a un piccolo tavolino, l’una di fronte
all’altro. Facciamo il nostro ordine alla cameriera e, mentre
attendiamo le nostre consumazioni, chiacchieriamo di cinema. Il
locale a quest’ora è pieno di gente e c’è un gran viavai ma
nessuno dei due si guarda attorno. Per quanto mi riguarda, esistiamo
solo noi due: i suoi occhi e la sua voce mi attraggono costantemente
e nulla mi può distrarre. Purtroppo, però, siamo spesso interrotti
da amici o conoscenti, soprattutto da ragazze che lo salutano con
grandi sorrisi e qualche ammiccamento. Ogni volta sorge in me un
pizzico (ok, un’enorme) gelosia, ma lui risponde sempre con un
saluto frettoloso, riportando subito l’attenzione su di me.
Siamo
seduti così vicini che le nostre ginocchia si sfiorano, e a volte
muovo di proposito una gamba per toccare la sua. Lo so, mi sto
comportando come una ragazzina ma non posso farci nulla: la mia
razionalità è andata a farsi friggere.
«Mi
fai assaggiare?» chiede sporgendosi in avanti, come per sbirciare la
mia coppa alle fragole con gelato al cioccolato e panna montata. «È
da quando l’hai ordinata che cerco di immaginare l’abbinamento
fragole-cioccolato, senza riuscirci.»
«Certo.»
mormoro con un pizzico di orgoglio, certa che gli piacerà. Tuffo il
cucchiaino nella coppa e lo tiro fuori dopo aver raccolto una fragola
e un bel po’ di gelato, con un ciuffetto di panna.
Edward
si avvicina un po’ con la sedia e si sporge verso di me, schiudendo
un po’ le labbra. Con il ginocchio tocca il mio. Normalmente, una
persona sposterebbe la gamba, ma lui non lo fa. Il pensiero che stia
tenendo di proposito la gamba accostata alla mia mi emoziona, e mi
guardo bene dal spostarla. Non ci dovrebbe essere nulla di sensuale
in tutto questo, giusto? E allora perché sento le farfalle nello
stomaco?
Gli
avvicino il cucchiaio e, quando apre la bocca, il piercing sulla sua
lingua ammicca nella mia direzione, causandomi un brivido lungo la
schiena. Maccheccavolo ho oggi?
«Ciao,
Edward.»
L’improvvisa
interruzione mi fa sobbalzare.
Edward
lancia un’occhiata veloce alle mie spalle, mormora un «’ao» e
poi azzanna il mio cucchiaino come niente fosse. Io sono ipnotizzata
dalla sua espressione mentre gusta il gelato e non presto la minima
attenzione alla presenza alle mie spalle.
«Mi
fa piacere vedere che non te ne stai chiuso in casa tutto il giorno.»
Mi
volto e Jessica Stanley è in piedi dietro di me, l’espressione
altezzosa e sprezzante.
Edward
le risponde senza neanche guardarla, «Non so perché secondo te
dovrei stare chiuso in casa, e neanche mi interessa. Ma ora, se non
ti dispiace, sono impegnato.» Le rivolge un sorrisino di scherno e
si volta nuovamente verso di me, la sua espressione cambia
totalmente, passando da infastidita a serena. Senza pensarci allungo
la mano sul tavolino e afferro quella di Edward, che la stringe come
se non aspettasse altro.
«Sì,
siamo impegnati, ti spiace?» Le dico girandomi appena e guardandola
da sopra la spalla.
Finalmente
Jessica capisce l’antifona e si allontana a lunghe falcate, offesa.
Durante la sua ritirata, mormora un «Idiota!» quando passa accanto
a Edward, che trattiene a stento una risata.
«Scusa,
non dovevo mettermi in mezzo.» gli dico, imbarazzata della mia
sfacciataggine.
«Ma
scherzi? Hai fatto benissimo, hai visto come si è incazzata?»
Annuisco,
rendendomi conto che non accenna a lasciare la mia mano e, anzi, ne
accarezza il dorso con il pollice. I suoi occhi sono fissi nei miei,
e sembra quasi che voglia dirmi qualcosa.
«Oh,
scusa,» dice abbassando lo sguardo, «non ti lascio finire il
gelato.» riluttante toglie la mano dalla mia, tornando a mangiare
dalla sua coppa, pensieroso.
La
sua gamba tocca ancora la mia. Ogni tanto la muove in su e giù, come
per accarezzarmi. Non credo abbia idea di cosa mi sta provocando, e
di che desideri mi stia facendo venire.
Quando
ci alziamo per andarcene mi accorgo che Jessica ci sta fissando e,
mentre ci dirigiamo alla macchina, lo dico a Edward. Gli porgo la
mano ma lui, invece di prenderla, si avvicina di più a me e mi mette
un braccio sulle spalle. Io gli metto il braccio attorno alla vita e
camminiamo abbracciati verso la macchina.
«Cosa
credi che voglia?» chiedo.
«Il
cazzo che me ne frega? Niente.»
Mi
scappa una risatina nervosa mentre la mano di Edward si sposta ad
accarezzarmi il collo, appena sotto l’orecchio.
«Credi
che voglia tornare con te?»
«Bella,
te l’ho già detto, non mi interessa. Prima era una come tante
altre, ora è proprio il nulla. Però mi diverto a farla
imbestialire.»
Il
mio cuore inciampa, «Perché, cos’è cambiato in quest’ora?»
Edward
non risponde e si morde il labbro inferiore. Intanto siamo arrivati
alla macchina. «Per farla incazzare di brutto dovrei baciarti.»
Quasi
mi strozzo quando la saliva mi va di traverso e tossisco per tentare
di nascondere il mio profondo imbarazzo. «Fai… Fai pure.»
mormoro, col viso in fiamme, mentre arriviamo alla macchina.
Si
appoggia sol sedere alla sua auto tirandomi a sé. Siamo in linea
d’aria perfetta con la gelateria e sento gli artigli affilati dello
sguardo di Jessica sulla schiena. Ho una gamba tra le sue e col
bacino sono appoggiata al suo. Ha spostato una mano sul mio fianco
mentre con l’altra mi afferra dolcemente il mento, alzandomi il
viso verso il suo. Nello stesso momento si abbassa avvicinare
terribilmente le sue labbra alle mie. Gli appoggio una mano sul petto
e l’altra sulla nuca, tra i capelli, facendogli venire la pelle
d’oca.
Non
respiro e il mio cuore galoppa così velocemente da inciampare un
battito sì e uno no.
Quando
la sua bocca è a meno di un centimetro dalla mia, chiude gli occhi.
Anche io chiudo i miei, già assaporando le sue labbra sulle mie.
«Non
ti bacerei mai per far arrabbiare qualcuno,» sussurra. Le labbra che
quasi sfiorano le mie e il suo respiro che le accarezza, «non potrei
mai usarti in questo modo.»
Apro
gli occhi, sorpresa e delusa allo stesso tempo, e mi perdo nei suoi,
limpidi e intensi. Bellissimi. Boccheggio senz’aria perché devo
ancora riprendere a respirare e lui sorride, con un’espressione che
è un misto tra dolcezza e sfrontatezza. «Quando ti bacerò, sarà
perché ti sembrerà che ti manchi l’aria da quanto mi vuoi.»
Lo
guardo in cagnesco, da un parte ancora delusa ma dall’altra
irritata dalla sua sicurezza.
Mi
accarezza la guancia con l’indice, «Tranquilla, non dovrai
aspettare ancora molto.» dice sorridendo impertinente mentre mi fa
l’occhiolino.
Indietreggio
di un passo offesa dalla sua insolenza e dalla sua sicurezza, e gli
do uno schiaffo sul petto. «Idiota!»
Edward
scoppia a ridere, ormai certo dell’effetto che ha su di me. Non
staccando gli occhi dai miei, apre la portiera della sua Volvo
scimmiottando un gesto galante.
Le
gambe mi tremano mentre prendo posto, ancora offesa, e lui continua a
ridere di gusto mentre si siede al volante.
Mette
in moto e mi chiede se voglio andare a casa e solo in quel momento mi
rendo conto di una cosa.
«Accidenti!»
mormoro, «ho dimenticato lo zaino in camera tua.»
«Nessun
problema, torniamo a prenderlo.»
«Grazie.»
Durante
il viaggio di ritorno Edward chiacchiera tranquillamente ma io
rispondo a monosillabi perché sono ancora un po’ arrabbiata (e
delusa) dal suo comportamento di prima. Lui sta al gioco e mi prende
un po’ in giro facendomi il verso.
Una
volta parcheggiata l’auto nel vialetto rimane qualche istante in
silenzio. «Senti, è presto. Vuoi rimanere un po’? Magari
guardiamo un film o-»
«Si!»
Sono così felice che me l’abbia chiesto che non gli faccio neppure
finire la frase.
Annuisce
e un timido sorriso gli appare sulle labbra.
Scendiamo
dall’auto e lo seguo dentro casa, guardandomi attorno. Edward si
ferma per lasciare nello svuota-tasche, appoggiato su una consolle
all’ingresso, le chiavi e il portafoglio. Io mi guardo attorno
mentre cammino e, distratta, gli sbatto addosso. Lui si volta di
scatto per sorreggermi e ci troviamo incredibilmente vicini. È più
alto di me di almeno una ventina di centimetri ma le nostre bocche
sono così vicine… O forse è solo una mia impressione perché sto
morendo dalla voglia di baciarlo. Ci fissiamo negli occhi per un paio
di secondi, poi sposta lo sguardo sulla mia bocca, incendiandomi.
Quando ho deciso di annullare la distanza tra noi, però, Edward si
schiarisce la voce e fa un passo in dietro.
Accidenti!
Quelle labbra hanno un aspetto così invitante! E dopo il momento di
prima, fuori dalla gelateria, il desiderio di lui è schizzato alle
stelle. Se ci aggiungiamo che non riesco a togliermi dalla mente il
momento in cui mi ha mostrato il piercing alla lingua, sono fregata.
Quando ci penso mi sento avvampare e sento sempre quello strano
calore diffondersi tra le cosce.
Edward
sale i gradini due a due per tornare al piano di sopra a recuperare
lo zaino, io sto ancora pensando al suo piercing e lo seguo senza
pensarci. Arrivati in camera rimango sorpresa di trovare il letto
fatto e di non vedere la biancheria che aveva lasciato sul letto.
«Rosa,
la nostra domestica, viene tutte le mattine e qualche pomeriggio a
settimana per tenere in ordine e preparare la cena per me e mio
padre. Evidentemente è passata mentre eravamo via.» dice mentre
raccoglie lo zaino, rispondendo alla confusione che ha visto sul mio
viso.
Annuisco
e rimaniamo nuovamente uno di fronte all’altra, troppo vicini.
Respiro il suo profumo e lo guardo in viso, osservando le sue labbra
e quel piccolo piercing sul labbro superiore. All’improvviso la
voglia di accarezzarlo diventa insostenibile. Senza pensarci, come se
mi trovassi in uno stato di trance, alzo la mano e appoggio il
polpastrello del mio indice su quella piccola pallina di acciaio,
sfiorandogli le labbra. Sento il suo sguardo addosso e sposto la mano
per toccare il piercing al sopracciglio, accarezzandogli la fronte.
«Ti
fanno male?» chiedo scioccamente.
«No.»
la sua risposta è un sussurro mentre chiude gli occhi abbandonandosi
alle mie carezze. La sua espressione è di serena beatitudine, ma
allo stesso tempo è come se non fosse abituato ad essere
accarezzato. La sua pelle è morbida e calda, invitante. Scendo con
la mano ad accarezzargli la guancia e il collo ed è allora che fa un
passo in avanti appoggiando la bocca sulla mia.
Mi
bacia con dolcezza accarezzando le mie labbra con le sue, e quando
rispondo al bacio sento la sua lingua cercare la mia. Il contatto
inaspettato con il piercing freddo, così in contrasto con il calore
delle sue labbra, mi fa gemere. Anche Edward geme e, avvicinandosi di
più, mi accarezza la guancia mentre io affondo le dita tra i suoi
capelli. Preme i fianchi contro i miei e il bacio si fa subito più
intimo.
Gli
faccio scendere il giubbotto dalle spalle e lui lo lascia cadere a
terra con un tonfo. Fa scendere anche il mio, poi fa un passo in
avanti facendomi indietreggiare finché tocco il letto, mi spinge giù
e si sdraia sopra di me. Scalcia via le scarpe e infila una gamba tra
le mie, premendo la coscia contro la mia parte più sensibile.
Sento
chiaramente la sua erezione e tutta una serie di emozioni
incredibili, che non ho mai provato prima, si stanno impadronendo di
me. Edward mi solleva la mia maglia sul fianco toccandomi la pelle,
la sua mano è bollente, il tocco gentile e non smette un solo
istante di baciarmi.
Quando
James o Mike mi toccavano, la sensazione che provavo era di fastidio
e quasi mi mancava l’aria per il senso di oppressione che sentivo.
Con Edward è diverso, totalmente diverso. Desidero le sue carezze,
le desidero su ogni parte del corpo. Sento una connessione e un
legame con lui che non ho mai provato prima. Sono totalmente
inesperta nei rapporti di coppia e nel sesso, ma quello che provo va
oltre al normale desiderio fisico. Tra le sue braccia mi sento
perfettamente a mio agio: è come se ci conoscessimo da sempre e lui
mi avesse sempre toccata così, come se le sue mani creassero sulla
mia pelle una melodia meravigliosa. In questo momento tutto è
perfetto.
Si
alza sulle ginocchia e, guardandomi negli occhi, si toglie in un
unico gesto la felpa e la t-shirt.
Lo
guardo e rimango affascinata dal suo corpo tonico e dai suoi
tatuaggi. «Ma come, nessun piercing al capezzolo?» sussurro
accarezzandogli il petto.
Sogghigna,
«No, non mi piacciono. Volevo farne uno più giù, ma poi ho
cambiato idea.» Il suo sorriso è provocante ma io sono troppo
sopraffatta dalla situazione per ragionare in maniera coerente.
«E
dove volevi farlo, all’ombelico?» col dito scendo maliziosa ad
accarezzare proprio quella dolce rientranza.
Scioccata
dal suo gesto improvviso rimango immobile, la sua mano ancora sulla
mia. È impossibile non sentire la sua eccitazione e non
accarezzarla.
Riprende
a baciarmi il collo e io lo accarezzo ovunque riesca: la schiena, le
braccia, i capelli. La sua bocca scende sul fianco sfiorandomi e
lasciando dei piccoli morsi, poi risale verso il seno sollevandomi la
maglietta e lascio che me la tolga. Ho il respiro corto, mi sento
come se mi scoppiasse la testa dal turbinio di emozioni che provo
quando le sue mani mi accarezzano il seno. Con una mano sgancia il
reggiseno mentre l’altra mi pizzica con dolcezza un capezzolo. Gemo
e inarco la schiena per andare incontro alle sue carezze, per fargli
capire che ne voglio ancora e che vorrei non smettesse mai di
toccarmi. La sua bocca scende su un seno, lungo lo sterno e arriva
all’ombelico, le sue mani sbottonano i jeans.
Smetto
di respirare. “Sta per succedere. Lo voglio davvero?” Mille
domande mi affollano la mente. Non ho mai lasciato che nessuno
entrasse così in intimità con me, non mi sono mai sentita così in
sintonia con qualcuno da permettergli di farlo, di farmi sua, di
essere mio.
Ma
Edward è diverso. Non so perché, ma lo so.
Edward
gattona verso di me. Non sta ridendo e io lo guardo sorpresa. Mette
le ginocchia ai lati dei miei fianchi e si siede sulle mie gambe,
tenendosi sollevato per non pesare. Anch’io mi sono messa a sedere
e siamo così vicini che sento il suo respiro accarezzarmi il viso.
«Non
sei una delle tante, Bella. Il fatto che tu ti sia accorta di me solo
da poche ore non cancella il fatto che io sia attratto da te da più
di due anni. Non faccio altro che pensarti dal primo giorno che ti ho
vista. Non ti ho mai avvicinata perché pensavo di non piacerti, non
ti ho mai vista in compagnia di qualcuno come me, e avevo troppa
paura che tu non fossi il tipo di ragazza che guarda oltre i miei
piercing. Ho preferito vivere nella mia illusione di te, nei castelli
in aria che mi ero costruito. L’ho fatto anche l’altro giorno,
quando Tyler stava per investirti. Avrei potuto fermarmi, ma ho avuto
paura e sono scappato. Dio, Bella, tu non hai neppure idea di cosa
provo quando mi accarezzi. Ho sognato così tante volte che
succedesse, che ora non riesco neppure a capire quante e quali
emozioni mi fai provare.»
Lo
guardo, ha gli occhi lucidi. Sono totalmente spiazzata, non mi sarei
mai aspettata una risposta così. Con le mani gli accarezzo il viso e
lui sospira. «Non te lo so spiegare, ma ho sempre sentito qualcosa
qui,» si indica il centro del petto con due dita, «quanto ti
guardavo, quando ti ascoltavo ridere o parlare con qualcuno. Come se
il mio cuore sapesse di appartenerti. Come se sapesse che tu gli
appartieni. Mi prenderai per folle ma-»
Non
lo lascio continuare, non ne ho bisogno. Gli prendo il viso tra le
mani e lo bacio. Le sue parole mi hanno acceso un fuoco dentro che
non riesco a trattenere. Edward torna con le mani sui miei jeans e io
alzo il sedere per farmeli togliere. In un attimo sono completamente
nuda di fronte a lui, che mi osserva come se mi trovasse bellissima.
Viene lentamente verso di me, con le mani mi apre le gambe e si
posiziona tra le mie ginocchia.
«Edward…»
«Voglio
assaggiarti.» sussurra con un filo di voce guardandomi negli occhi.
Appoggia i palmi sulle mie ginocchia e li fa scivolare lentamente
verso l’alto. La sensazione delle sue mani sulla pelle sensibile
dell’interno coscia è indescrivibile, sto quasi tremando e non
riesco a staccare gli occhi dai suoi. L’attesa mi sta facendo
battere il cuore alla follia. Si abbassa lentamente e io mi stendo
sulla schiena. Quando la sua lingua mi sfiora ho un leggero sussulto,
allora mi accarezza di più, più a fondo. Compie dei piccoli
movimenti in cerchio attorno al centro del mio piacere ed io non
riesco a controllare i miei gemiti. Quello che provo è milioni di
volte più bello e più forte di qualsiasi cosa abbia mai immaginato.
Stringe piano il clitoride tra i denti e mi scappa un’imprecazione.
Lui sogghigna e lo prende tra le labbra, succhiandolo. Delle piccole
scosse elettriche percorrono il mio corpo facendomi venire i brividi.
Le parole escono dalla mia bocca senza alcun controllo, mi rendo
conto che sto pronunciando “Edward” e “Dio” in una sorta di
litania finché scocca il colpo di grazia. Mi lecca giocando con il
suo piercing sul clitoride. La folle sensazione del freddo acciaio
con il caldo della sua lingua mi scatena una scossa elettrica, come
se fossi attraversata da un fulmine. Vengo travolta da un violento
orgasmo che mi fa urlare il suo nome. La sua lingua continua a
giocare con me mentre sono ancora scossa da spasmi e brividi. Quando
finalmente inizio a rilassarmi, lui sale accoccolandosi vicino a me e
mi accarezza con dolcezza il viso, scostando alcune ciocche di
capelli dalla fronte. Per un po’ non riesco neanche a parlare, me
ne sto semplicemente nuda, distesa sulla schiena, con un grande
sorriso ebete stampato in faccia.
Dopo
qualche minuto mi giro verso di lui e ci guardiamo per un po’ negli
occhi. Gli accarezzo il viso e i capelli, il braccio e poi il fianco,
scendo sulla cintura dei suoi pantaloni ma mi fermo, imbarazzata dal
mio desiderio di lui.
«Non
sentirti obbligata. A me va bene così.» La sua voce è poco più di
un sussurro carico di dolcezza, lo sguardo sincero.
Scuoto
piano la testa, «Sappi che mi imbarazza follemente dirtelo, ma mi
sembra di impazzire dalla voglia che ho di te.»
La
sua bellissima bocca si curva in un sorriso, «Per me è lo stesso.»
Si sdraia sulla schiena e porta nuovamente la mia mano sulla sua
cintura. «Spogliami.»
Mi
metto a sedere, gli slaccio la cintura e sgancio i bottoni dei jeans.
Con le mani sui fianchi gli faccio scivolare giù i pantaloni.
Rimango incantata a guardare la sua erezione, trattenuta dai boxer
aderenti neri, che spinge per uscire. Mi faccio coraggio e gli tolgo
anche quelli.
La
poca esperienza sul sesso che ho è di quasi sola teoria. Ammetto di
aver guardato qualche film erotico e un paio di porno, ma non posso
fare a meno di chiedermi come farò a far stare tutto
quel coso
dentro di me. È così grande. Mi viene spontaneo stringerlo con la
mano, facendogli sfuggire un sospiro, e mi rendo conto che non riesco
neppure a farci tutto il giro. Muovo lentamente la mano su e giù,
lui si sporge verso il comodino e dal cassetto tira fuori la bustina
di un preservativo, la strappa e lo indossa. In un secondo mi ha
spinto giù ed è tra le mie gambe, il sorriso sulle labbra, gli
occhi che brillano di impazienza. Ci baciamo per un tempo che mi
sembra lunghissimo. La sua lingua sul collo e il respiro
sull’orecchio non fanno altro che amplificare la mia eccitazione.
Voglio Edward dentro di me, ne ho un bisogno quasi disperato.
«Sicura
che lo vuoi?» chiede interrompendo i baci e guardandomi negli occhi.
Annuisco
e lo sento spostarsi al mio ingresso, poi una pressione. Cerco di
rilassarmi e senza accorgermene trattengo il fiato finché lo sento
chiaramente spingere in me. Mi invade in un’unica spinta che mi
strappa un grido di sorpresa e dolore. Mi irrigidisco stringendogli
le gambe attorno ai fianchi e le braccia al collo. Le sue labbra
sulle mie e la sua lingua che mi accarezza mi fanno rilassare e,
quando lo faccio, lui comincia a muoversi lentamente in me, avanti e
indietro, dapprima con dolcezza e poi con più intensità. Intreccia
le dita di una mano alle mie e mi guarda dritto negli occhi mentre si
immerge ripetutamente in me. I suoi colpi sono vigorosi e mi sfugge
un gemito ad ogni spinta.
Parla,
sussurrando ogni parola alternata a un affondo «Non sei. Una. Tra.
Le altre.» Mette la mano sotto al mio ginocchio, sollevandomi la
gamba sopra al suo sedere. «Sei.» Affondo più veloce. «L’unica.
Sei. Mia.» altro affondo, più profondo, più brusco, come se mi
volesse marchiare, rivendicare una proprietà.
Non
avrei mai pensato di finire a letto con un ragazzo appena conosciuto,
non è assolutamente da me, ma Edward è così… così…
ommioddio!
Si è sollevato sulle braccia e ora lo sento più in profondità, i
colpi sono più bruschi, quasi dolorosi e mi lasciano senza fiato. Il
suo respiro e i suoi gemiti sono veloci finché, dopo l’ennesima
spinta, una bomba esplode dentro di me e un altro orgasmo potente e
violento mi invade. Non avrei mai immaginato potesse esistere
qualcosa di tale intensità. Lascio andare in un grido il suo nome e,
senza riuscire a trattenermi, gli affondo le unghie sulla schiena.
Sotto i suoi colpi, ora più ravvicinati e forti, sento i miei
muscoli stringersi attorno a lui, ai suoi ultimi affondi, al suo
orgasmo che finalmente irrompe dentro di me.
«Oddio,
sì!» mormora. Sento il suo corpo irrigidirsi e il suo piacere
pulsare in me. Si abbandona col respiro affannato e una mano tra i
miei capelli, bisbigliando al mio orecchio con voce soffocata, «Dio,
sei stupenda!»
Ancora
sorpresa per l’intensità di quello che ho provato, continuo a
stringerlo stretto incapace di allentare la presa. Come se pensassi
che potrebbe fuggire via.
«Oddio!
Non avrei mai pensato che il sesso fosse così.»
Edward
alza il viso di scatto e mi guarda sorpreso, «Eri vergine?!»
Arrossisco
imbarazzata, «Più o meno.»
«Come:
più
o meno?
O sei vergine, o non lo sei.»
«Ecco…»
balbetto, «tecnicamente ho perso la verginità tempo fa, ma in
pratica non è stato… come questo.»
«E
com’è stato?»
«Ehm…
lui era… piccolo… ed è stato… veloce. Non mi sono praticamente
accorta di niente.»
Sono
imbarazzata da morire e lui scoppia a ridere, «Hai dato la tua
verginità a Mike Newton? Eri così disperata?»
Gli
faccio una linguaccia, «No, non ero disperata, ero solo curiosa. E
lui non mi dava tregua, così mi sono detta che, tanto, prima o poi
l’avrei fatto. Tanto valeva farlo con lui. Tu, invece? Quante
ragazze hai avuto?»
Mi
guarda in silenzio per qualche istante, poi appoggia le mani sulle
mie guance e mi bacia profondamente. «Di importante, solo tu.»
La
sua risposta mi spiazza e il cuore mi fa un doppio salto mortale nel
petto mentre i suoi baci continuano. «Ruffiano.»
Sorride,
«No, è la verità.»
Gli
accarezzo il viso guardolo negli occhi e, arrossendo imbarazzata,
mormoro «Dovrai insegnarmi molte cose.»
«Solo
i mille modi per amarti.» sussurra sorridendo e guardandomi
intensamente prima di baciarmi ancora.
«C0me
facevi a sapere che parlavo di Mike?»
«Perché
le voci girano, e quelle su di lui non sono mai state molto
lusinghiere.» Appoggia un bacio leggero sulle mie labbra e mi guarda
con dolcezza, «Mi fa piacere averti soddisfatta.»
«Anche
a me.» mormoro restituendogli il bacio.
Dopo
alcuni minuti mi passa un braccio sulle spalle e rotola sulla schiena
portandomi con sé. Appoggio il viso sul suo petto e non perdo
l’occasione per guardare il suo corpo. Sfioro con le dita la frase
sul suo avambraccio, «Cosa vuol dire?»
«È
in una canzone italiana. la
vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la
follia.
Quando
l’ho fatto rappresentava alla perfezione la mia vita, e lo farà
sempre.» Mentre lo dice, il suo sguardo si perde lontano, triste.
«E
questo?» chiedo, accarezzando le linee scure sul suo fianco.
«Quello
è un sole con al suo interno la Fenice, risorta dalle proprie
ceneri. Celebra la mia rinascita, la mia voglia di ricominciare a
vivere nonostante tutto. Mentre quello sulla schiena è un tribale,
rappresenta l’energia, la forza.
«Davvero
volevi farti un piercing… lì?»
«Ci
ho pensato e avevo praticamente deciso. Quando sono andato al negozio
e ho accennato la cosa al tizio, si è entusiasmato subito, come se
non vedesse l’ora di prendermelo in mano. Poi ho notato un
rigonfiamento sospetto nei suoi pantaloni e ho lasciato perdere. E,
comunque, mi sentirei troppo a disagio con un uomo che traffica col
mio pisello. Dopo di quello, mi è passata completamente la voglia di
farlo.»
Ridiamo
entrambi e rimaniamo a chiacchierare come se fosse la cosa più
normale del mondo. Parliamo per un sacco di tempo, con semplicità,
con complicità, come se ci conoscessimo da sempre.
***
Quando
usciamo dalla sua stanza sono ancora emozionata per quello che
abbiamo appena vissuto e condiviso. Scendiamo le scale mano nella
mano, entrambi con un sorriso ebete dipinto sul volto. All’ultimo
gradino un’ombra si para davanti a noi. Edward si irrigidisce e
stringe più forte la mia mano.
È
suo padre.
«Edward.»
lo saluta, severo.
«Papà,
lei è Bella, la mia ragazza.»
«Piacere.»
mormoro imbarazzata allungando la mano destra verso di lui.
«E
da quanto state insieme?»
«Sei
mesi.» gli risponde Edward senza esitazione.
«Finalmente
hai messo la testa a posto, eh figliolo?» dice guardandolo. Poi
afferra la mia mano «Piacere mio, Carlisle. Ti fermi a cena con noi,
Bella?»
Io
e Edward ci guardiamo un po’ sorpresi. «Non posso, mi dispiace.
Avrei dovuto avvisare a casa.»
«Domani
sera, allora?» chiede Edward, con un sorriso che gli illumina lo
sguardo.
Annuisco
e anche suo padre sorride.
Usciamo
e, appena chiusa la porta alle nostre spalle, Edward si scusa «Se
gli avessi detto la verità, avrebbe pensato che non sei importante.»
Arrossisco,
«E invece?»
«E
invece lo sei. E… sei la mia ragazza?»
Faccio
segno di sì, timidamente, mordendomi il labbro inferiore.
Annuisce
con dolcezza mentre si avvicina per baciarmi ancora.
«Arrivo,
Edward, arrivo. Non siamo in ritardo, non preoccuparti.»
Sbuffo,
«Non mi sarebbe dispiaciuto arrivare in anticipo…»
«Questa
è un’altra cosa.»
«Muovitiii.»
scalpito nelle scarpe nuove del mio look “da festa.” No, non “da
damerino”, quello lo lascio a mio padre, io mi sentirei ridicolo.
Però con jeans neri, camicia bianca, cravatta nera allentata e
giacca nera, penso proprio di fare la mia porca figura. Ho voluto
fare una sorpresa a Bella, spero solo che non scoppi a ridere appena
mi vede.
«Suvvia
Edward! Vi siete visti ieri sera. E l’hai portata a casa che era
quasi mattina, credo che tu possa resistere qualche ora senza Bella,
no?»
Sbuffo
ancora, «No.»
Afferro
le chiavi della Mercedes di papà, ci tiene ad arrivare con la sua
auto e naturalmente vuole guidare lui. Ci metteremo una vita, lo so.
«Alloooraaa?»
Papà
scoppia a ridere, «Non ci si presenta a casa di qualcuno a mani
vuote, Edward, un attimo che prendo tutto.»
«La
mia presenza dovrebbe essere un regalo più che soddisfacente.»
borbotto sarcastico, «Comunque, oltre al cesto di leccornie
italiane, lo scialle di Valentino e un enorme mazzo di… rose rosse,
papà? Non ti sembra di correre troppo?»
Carlisle
finge un colpo di tosse per schiarirsi la voce, «No, figliolo.
Comunque ho tutto, possiamo andare.»
È
il giorno di Natale ed Esme, la madre di Bella, ci ha invitati a casa
loro per pranzo.
Io
e Bella ormai stiamo insieme da mesi, siamo innamorati pazzi e
abbiamo iniziato a cercare casa per andare a vivere insieme. Almeno
quando faremo l’amore potremo fregarcene se facciamo troppo rumore.
“Se”… volevo dire “quando”, cioè sempre, visto che siamo
molto focosi.
Durante
il viaggio, papà cerca di fare conversazione, ma io sono troppo
impegnato a imprecare a ogni semaforo rosso o vecchietta che
attraversa la strada. All’ennesimo lavavetri, minaccio Carlisle di
scendere e chiamare un taxi, e per fortuna non si ferma.
Mi
passo le mani sulla faccia per lo scongiurato pericolo e, sentendo
l’oggetto nella tasca interna della mia giacca, mi torna in mente
il discorso di mio padre di qualche sera fa, mentre ero seduto ai
piedi del suo letto.
«Edward,
sei cambiato da qualche mese a questa parte. Ti vedo meno ombroso,
oserei dire felice. È merito di Bella, vero?»
ho
fatto l’ennesimo sospiro ed evitato il suo sguardo. Parlare con lui
è complicato, soffro ancora per i molti mesi in cui mi ha ignorato e
recuperare è difficile. Ma ci stiamo provando e lui si sta
impegnando molto. «Sì, è merito suo. È speciale.»
«Lo
so, si vede da come sei cambiato da quando stai con lei.»
«Ehm,
c’è una cosa che devo dirti. Io e Bella stiamo insieme da sei
mesi, non da un anno. La sera che l’hai conosciuta è la sera che
ci siamo messi insieme. Scusa se ti ho mentito.»
«Mi
chiedevo se me l’avresti mai detto. Lo sapevo già. E non guardarmi
così scioccato, non sono un completo babbeo, Edward. L’avevo
capito ancora quella sera, perché non ti avevo mai visto quella luce
negli occhi. È bastato quello a farmi capire che la tua era una
bugia. Ma ne comprendo il motivo, quindi non devi scusarti.»
Papà
ed Esme, invece, si conoscono da qualche settimana. Una sera Esme è
venuta a prendere Bella e mio padre le ha convinte a fermarsi a cena,
con la scusa che Rosa aveva preparato le lasagne per un esercito.
Neanche io sono un babbeo, e ho notato chiaramente che non si sono
staccati gli occhi di dosso e che, quando si rivolgevano la parola,
il loro tono era quasi smielato. Quella sera, io e Bella ci siamo
addormentati sul divano perché Esme continuava a dire “Ora
andiamo.” e invece iniziavano un nuovo discorso. Ad averlo saputo
subito ce ne saremmo andati in camera mia a fare l’amore, almeno
non avremo sprecato tutto quel tempo con uno stupido film alla tv e
un’inutile dormita. Da quella volta si sono rivisti ogni tanto,
solo quando Esme accompagnava o veniva a riprendere Bella, ma nulla
di importante.
Finalmente
siamo arrivati, Carlisle non fa in tempo a fermare la macchina che ho
già aperto la portiera e messo un piede fuori.
«Edward!
Aspetta, entriamo insieme no?»
Maporcavacca!
«Sì, papà. Però muoviti!»
E
invece lui scende con calma, cammina verso il baule con calma, prende
i regali con calma e s’incammina con calma verso la porta di casa.
Mi sono offerto di prendere il mazzo di fiori ma mi ha ficcato in
mano il cesto di prelibatezze italiane con uno sguardo offeso. Bah!
Per
quanto mi riguarda, ho il mio regalo per Bella proprio in tasca.
È
una scatolina blu. Con all’interno l’anello di fidanzamento di
mia madre. Quando ho deciso di chiedere a Bella di sposarmi, ho
cercato di informarmi su qualsiasi cosa riguardasse i diamanti,
volevo capire che cavolo sono i carati, come viene determinata la
purezza e tutto il resto. Una sera ero talmente concentrato che non
mi ero accorto che mio padre fosse entrato e si fosse piazzato alle
mie spalle per vedere cosa mi rapisse tanto. Quando l’ha capito mi
ha chiesto di andare con lui. A disagio l’ho seguito nella sua
camera, e mentre si è messo a frugare all’interno del primo
cassetto del comò mi sono seduto ai piedi del letto, come un
bambino. Dopo qualche istante si è voltato e mi ha fatto quel bel
discorso su come Bella mi abbia cambiato, poi ha allungato la mano
con questa scatoletta blu. Sono rimasto a fissarla immobile.
«Solo
se ti fa piacere. Se preferisci qualcosa di più moderno o di
diverso, non sentirti obbligato a prenderlo.»
L’ho
guardato incredulo, mi sono alzato e l’ho abbracciato singhiozzando
come un bambino. Non avrei mai voluto un altro anello per la mia
Bella.
Siamo
davanti alla porta e papà suona il campanello. Dall’interno
provengono dei rumori concitati, poi la porta si apre ed appare Esme
con un timido sorriso, elegante e bellissima. Sto per fare un passo
avanti per farle gli auguri quando mio padre mi precede, si volta
sbattendomi in mano il mazzo di fiori e, dopo aver fatto un passo in
avanti, abbraccia Esme baciandola con passione.
Sono
scioccato, non ho proprio capito un cazzo di mio padre in queste
settimane, chissà da quanto va avanti la loro storia.
In
quel momento arriva Bella e rimane immobile come me a fissare i
nostri genitori. Evidentemente neanche lei sapeva nulla. Poi ci
guardiamo e un sorriso appare simultaneo sulle nostre labbra, mentre
appoggio le rose sul tavolino all’ingresso e avanziamo l’una
verso l’altro per iniziare il nostro primo Natale insieme.
FINE.














