martedì 22 marzo 2016

UN POMERIGGIO ALL'IMPROVVISO - di DENISE MASEN













UN POMERIGGIO ALL'IMPROVVISO

DI 

DENISE MASEN








Giorno1

Sto suonando questo dannato campanello da almeno dieci minuti. Ma chi me l’ha fatto fare? E perché non mi viene ad aprire? Sono sicura che sia in casa, visto che me l’ha confermato anche la sua vicina, l’arzilla signorina Mayer, conosciuta ai più come “La Gazzetta di Seattle.”
Mentre aspetto ripenso alla prima volta che l’ho visto, solo un paio di giorni fa.



Uno stridio di gomme improvviso. Mi volto e vedo l’auto di Tyler che attraversa impazzita il parcheggio dell’Università. Faccio appena in tempo a pensare che deve aver perso il controllo a causa dell’alta velocità o di una lastra di ghiaccio, quando mi rendo conto che sono sulla sua traiettoria. 
Mi travolgerà in pieno!
 
All’improvviso una violenta spinta mi catapulta in avanti. Mi sento avvolgere in un abbraccio e, quando ruzzolo a terra, non sbatto sul duro asfalto del parcheggio ma su qualcosa di più morbido. Nello stordimento mi rendo appena conto di un corpo avvolto in un giubbotto in pelle sotto di me. Poi solo confusione: gente che urla, gente che accorre. Mi muovo e la persona sotto di me si alza. Dal giubbotto nero spunta una mano davanti al mio viso, l’afferro e mi aiuta ad alzarmi. Dita lunghe avvolgono le mie, una mano grande e calda mi si appoggia sulla schiena per calmare il mio tremore. Due occhi si fissano nei miei, occhi splendidi, limpidi, puri e impetuosi, di un colore indefinito che non è né verde né azzurro. Il proprietario di quegli occhi incredibili ha un bel volto dai lineamenti dolci, in netto contrasto con il resto di lui: alcuni piercing sul viso, capelli scarmigliati e un giubbotto in pelle. Neanche il tempo di ringraziarlo che se n’è andato, lasciandomi tra la folla accalcata a verificare le nostre condizioni.
 
«Chi è?» chiedo subito alla mia migliore amica Angela, accorsa preoccupata.
 
«Bella, come fai a non conoscerlo? Seguite dei corsi insieme. È Edward Cullen, il ragazzo di Jessica Stanley.»




Non posso fare a meno di chiedermi nuovamente che c’entri Jessica, ereditiera di una tra le più ricche famiglie di Seattle, sempre curata, fine ed elegante con lui, i suoi piercing e il chiodo in pelle.
Faccio nuovamente trillare con insistenza il campanello e, finalmente, odo un’imprecazione provenire dall’interno della casa.
 
Uhm, forse era meglio non insistere, ma ormai è troppo tardi. Sposto il peso da un piede all’altro, nervosa, mentre scorgo un movimento dietro al vetro finemente lavorato della porta d’ingresso che si spalanca all’improvviso.










Giorno 2




«Che vuoi?» ringhia Edward.
Rimango per un istante pietrificata ad osservarlo: gli splendidi occhi sono ridotti a una fessura a causa della forte luce del sole del primo pomeriggio. I capelli sono spettinati, come se fino a un istante fa fosse stato a letto e la maglietta bianca è sgualcita, come se ci avesse dormito. Non mi lascia il tempo di scusarmi per averlo disturbato che borbotta qualcosa di incomprensibile, si volta e rientra in casa lasciando la porta aperta. Tentenno un attimo, poi lo seguo nella fresca penombra chiudendo la porta alle mie spalle. Sale le scale senza mai voltarsi indietro, dandomi modo di osservare per bene le sue spalle larghe, la schiena ampia e forte, il sedere sodo e le gambe chilometriche avvolte in un paio di pantaloni neri di cotone, i piedi scalzi. Nel tragitto sbadiglia più volte confermando i miei sospetti sul fatto che stesse dormendo.
oops!
Edward mi indica la porta aperta di una stanza completamente buia. «Aspettami qua.» mormora tra uno sbadiglio e l’altro.
Mi inquieta entrare in una stanza buia in una casa che non conosco, così decido di seguirlo. Lui si ferma all’improvviso con la mano sulla maniglia di una porta chiusa e io finisco per sbattergli addosso.
Sbuffa. «Devo fare pipì, sei sicura di voler venire con me?»
Indietreggio imbarazzata, «Oh! No. No, ti aspetto di là.»
Si chiude la porta alle spalle senza aggiungere altro. Ritorno alla stanza buia e a tentoni trovo l’interruttore della luce.
È una camera da letto. La sua. Con il grande letto, ovviamente, sfatto. Mi dirigo verso la finestra e apro le imposte per cambiare l’aria viziata e, nell’attesa, mi guardo attorno. Curiosando tra libri, cd e dvd mi accorgo che abbiamo gusti simili. Sulla scrivania c’è più confusione: libri di testo aperti e appoggiati l’uno sull’altro, quaderni, block-notes e fogli svolazzanti con appunti in una calligrafia ordinata.
«Sei venuta per farmi i compiti?»
Sobbalzo e mi volto a guardarlo. I capelli sono ancora arruffati ma l’espressione è sveglia e attenta.
Tentenno impacciata prima di rispondere, «Scusa, non volevo ficcare il naso.»
«E così, non solo mi butti giù dal letto, ma hai anche deciso che devo rimanere sveglio?» mugugna indicando con un cenno del capo la finestra aperta.
oops! «Volevi tornare a letto alle due del pomeriggio?» chiedo confusa.
È appoggiato con la spalla allo stipite della porta, le braccia conserte, le gambe incrociate alle caviglie e mi fissa. Non capisco se sia arrabbiato o solo sorpreso. Il suo sguardo è intenso e penetrante, così penetrante che mi sento come se mi stesse spogliando con gli occhi. Per non lasciarmi intimidire lo osservo con insistenza anch’io. Forse, però, sarebbe più corretto dire che non riesco a staccare gli occhi dal suo bellissimo viso e dai suoi piercing. Due piccole palline in metallo gli adornano il sopracciglio destro, un’altra il lato destro del labbro superiore e un brillantino il lobo sinistro.
dio! quant’è sexy! com’è possibile che non l’abbia mai notato prima?
Dopo lunghi secondi di silenzio scuote la testa, senza però abbassare lo sguardo, «Si può sapere cosa vuoi? Non mi hai ancora detto perché sei venuta.»
ah, giusto. Raccolgo lo zaino da terra, l’appoggio sulla sedia e tiro fuori un grosso libro, porgendoglielo. «Il professor Pattinson voleva fartelo avere. Crede che ti sarebbe utile per l’esame della settimana prossima.»
Edward prende il libro e solo in quel momento noto un tatuaggio sulla parte interna dell’avambraccio destro: è una scritta in una lingua che non conosco, forse italiano. Mi fissa ancora. «Fammi capire: in due anni che seguiamo gli stessi corsi non mi hai mai degnato di uno sguardo, e ora vieni a casa mia solo per portarmi un libro?»







Giorno 3

Sposto il peso da un piede all’altro fissandomi la punta delle scarpe, imbarazzata, «Ehm, è vero che praticamente non ci conosciamo ma-»
«Praticamente?» mi interrompe sarcastico.
«Sì, va bene, non ci siamo mai parlati, hai ragione. Ma tu l’altro giorno mi hai salvato la vita e te ne sei andato prima che io potessi ringraziarti. E poi non sei più venuto all’Università, avevo paura che nella caduta ti fossi fatto male.»
Continua a guardarmi in silenzio. Lo sguardo, prima severo, si addolcisce e un sorriso tenta di spuntare sulle sue labbra, «E così, ora ti sei accorta che esisto.»
Annuisco. “Aspetta-Aspetta-Aspetta! Cos’è che ha detto prima? Sono due anni che frequentiamo gli stessi corsi? E lui lo sa? E io che cosa avevo davanti agli occhi?”
Ancora incredula, con l’espressione colpevole e incapace di guardarlo in viso, mormoro: «Grazie per l’altro giorno. Se non ci fossi stato tu, l’auto di Tyler mi avrebbe uccisa.»
«Di nulla. Ero solo al posto giusto al momento giusto.»
«Già.» Rimango qualche istante in silenzio a ripensare a quei momenti poi mi avvicino a lui. «Ti sei fatto male? È per questo che in questi giorni non sei venuto all’Università?»
«No, non mi sono fatto nulla. Non sono venuto perché non ne avevo voglia.» dice, sedendosi sul letto.
«Meno male.» dico sollevata che stia bene.
Il suo sguardo, però, si fa un po’ triste, «Già.»
«Non sembri convinto.» mi siedo accanto a lui, c’è qualcosa che lo turba e vorrei tanto che me ne parlasse. Non riesco davvero a credere di non averlo mai notato prima, ma ora che l’ho fatto non riesco a smettere di guardarlo. Non so se sia solo il fatto che mi abbia salvato la vita, ma improvvisamente sento un forte legame con Edward. Inoltre sprigiona un erotismo e una sensualità che non credevo potessero esistere fuori dai romanzetti rosa che leggo di solito. È difficile stargli vicino senza affondare le dita tra i suoi capelli, senza sentire quanto siano calde le sue mani o morbide le sue labbra.
Cerco di riprendermi e di scacciare certe idee. «Vuoi parlarmene?»
Scuote la testa, «Non c’è niente di cui parlare. Jessica mi ha scaricato. Si era messa con me solo per fare un dispetto ai suoi, che le hanno promesso una macchina nuova se mi avesse mollato. Non ci ha pensato un attimo.» Rimane a fissare il pavimento, lo sguardo un po’ perso.
«Mi spiace. Ci stai male?»
Si alza in piedi dandomi le spalle, «Un po’, ma non per lei, era solo una come tante. Quello che mi dà fastidio è essere stato usato. E barattato con una macchina nuova, poi!» esclama con rabbia.
«Lo capisco.» Mi alzo e vado dietro di lui, gli appoggio una mano sul braccio stringendo un pochino. Mi viene spontaneo dargli conforto e vorrei abbracciarlo, ma credo che mi prenderebbe per pazza se lo facessi. «Non ci pensare, è solo una cretina.»
Veramente, credo sia molto più che una cretina. Macchina nuova?! Andrei in giro in bicicletta a vita per stare con un ragazzo così.”
Si volta e ci troviamo molto vicini, ad appena mezzo passo di distanza. Posso sentire distintamente il calore del suo corpo e il profumo della sua pelle. Il suo sguardo è così ardente che mi fa tremare le gambe.
Bicicletta? Naa! Facciamo col monopattino.”
«Senti, ormai mi hai svegliato, mi fai compagnia per pranzo?»
«Pranzo? Sono quasi le tre del pomeriggio!»
Edward va verso la finestra levandosi la t-shirt, «c’è una legge che mi vieti di mangiare alle tre del pomeriggio?»




Giorno 4

Rimango a guardare i muscoli della sua schiena flettersi mentre si toglie la maglietta e la butta ai piedi del letto. È impossibile non notare i tatuaggi che gli adornano il corpo muscoloso e mi prudono le mani per il desiderio di accarezzarlo.
Non mi sono mai piaciuti i tatuaggi, e neanche i piercing, ma su di lui mi fanno tutto un altro effetto: sembrano esaltarne la bellezza. Osservo ipnotizzata un complicato intreccio tribale di linee appuntite che parte dalla base del collo e scende di una trentina di centimetri sulla sua schiena, occupando tutta la larghezza delle spalle. Lo sto ancora fissando quando si dirige all’armadio per prendere una maglia pulita, che indossa seguita da una felpa leggera di colore nero.
Non mi rendo subito conto che si è levato i pantaloni della tuta. Me ne accorgo solo quando li getta sul letto e ho già avuto modo di osservare i suoi boxer aderenti neri e le curve di tutto quello che nascondono. Mi sembra di sentire una bolla prender forma nella mia pancia e un calore mi si sta diffondendo tra le cosce.
oh, porca miseria!
Avvampo e mi volto di scatto dandogli le spalle, imbarazzata. Nonostante non sia più una ragazzina, i miei rapporti con l’altro sesso, finora, sono stati piuttosto scarsi perché mi sono sempre concentrata solo sullo studio. Ho avuto solo un paio di storielle passeggere, finite principalmente perché non me la sentivo di fare sesso, anche se è stato durante una di queste che ho perso la verginità. L’ho fatto solo perché insisteva così tanto che ero stanca di sentirglielo chiedere e, lo ammetto, per curiosità, per provare. Non ci siamo neppure spogliati: quell’idiota di Mike Newton si è limitato ad alzarmi la gonna sul sedile posteriore della sua auto e sfilare il perizoma. Ed è stato talmente veloce e squallido, che non solo non mi sono accorta di nulla, ma non ho più voluto ripetere l’esperienza. A tutti gli effetti, quindi, è come se fossi ancora vergine.
Persa nei miei pensieri non mi accorgo che Edward si è avvicinato e, quando mi tocca la spalla, sobbalzo voltandomi di scatto.
«Che c’è? Non hai mai visto un ragazzo in mutande?» chiede con tono ironico e sorriso beffardo.
«Sì! Certo che sì, per chi mi hai presa?» mento spudoratamente con le guance in fiamme.
«Mmmhh, sarà.» mi fissa con uno sguardo furbo e tagliente, come se avesse scoperto il mio segreto. «Dai, ora andiamo. Ho fame.»
Mi precede fuori dalla stanza e fa una sosta in bagno per pettinare i capelli, anche se quando esce non noto una gran differenza da prima. Scende velocemente le scale e, dopo aver afferrato al volo il giubbotto dall’attaccapanni all’ingresso, si dirige verso l’interno della casa. Da qui, passiamo a un garage sotterraneo protetto da una porta blindata con allarme, che disattiva inserendo un codice numerico. Una volta nel garage, afferra un mazzo di chiavi da un piccolo quadro attaccato su una parete e mi fa strada verso una Volvo color argento. Non riconosco le altre macchine presenti, ma hanno tutte un’aria molto costosa.
Il viaggio verso il fast-food procede tranquillo e scambiamo solo poche parole. Devo ammettere che stare così vicino a Edward mi rende un po’ nervosa. Ed eccitata. Cavolo!
Una volta accomodati al tavolo con il nostro vassoio, Edward azzanna il suo hamburger come un leone, mentre io spilucco solo qualche patatina che rubo dal suo piatto. Appollaiati su due alti sgabelli chiacchieriamo del più e del meno e il tempo trascorre velocemente.
«Come mai le tue storie con James e Mike non hanno funzionato?»
Mi coglie alla sprovvista ponendomi una domanda così personale senza guardarmi negli occhi, anzi, guardando il piatto di patatine. Ho la sensazione, però, che sia solo un modo per simulare un’indifferenza che in realtà non prova. Inoltre, sono sicura di non avergli mai detto il nome dei miei ex ragazzi, quindi come fa a conoscerli?
Solo quando tardo a rispondere, posa finalmente lo sguardo su di me, «Allora?»
«Oh, beh… diciamo che avevamo caratteri troppo differenti e incompatibili. E poi volevano qualcosa che io non mi sentivo pronta a dare.» Rispondo cercando di rimanere sul vago.
«Non sarai una di quelle che cercano solo storie di sesso e a cui non interessa una storia a lungo termine, vero?» chiede, soppesandomi con uno sguardo serio.
hai capito proprio tutto, tu, eh? Sagace…
«Tu invece? Sei a caccia di una relazione seria? Non mi sembri il tipo...» dico, rubandogli un’altra patatina.
«Vedi? Siete tutte convinte che io cerchi solo storie da una botta e via. Non che mi lamenti, eh? Mi va benissimo, però comincio a essere stufo. Nessuna che guardi oltre le apparenze, che vada oltre i piercing e i tatuaggi.» Ribatte sbuffando.
«Non ti sarai montato un po’ la testa? Non mi sembri poi così irresistibile.» è chiaro: mento sapendo di mentire. Lo so io, lo sa la mia pancia e lo sanno le mie mutandine bagnate fradice. Probabilmente lo sa anche Edward che mi lancia uno sguardo di sfida, «Fai davvero così fatica a credere che io non abbia nessuna difficoltà a trovare una ragazza per una scopata?»
«Non fraintendere, sei molto bello ma…» all’improvviso non so come finire la frase: l’immagine di lui che fa sesso mi azzera qualsiasi pensiero coerente.
«Solo perché tu lo sappia, nessuna mi ha mai detto di no.»






Rimango a fissarlo: mai come in questo momento ho trovato qualcuno così eccitante. Si accorge del mio sguardo e con noncuranza prende il suo bicchiere, beve un lungo sorso trattenendo la bibita in bocca, quindi fa una specie di risciacquo, come se si trattasse di collutorio.
Lo guardo confusa.
Edward deglutisce e tira fuori la lingua: non solo la punta come se mi stesse facendo una linguaccia ma la tira fuori tutta.
Ho un improvviso fremito tra le cosce e le stringo forte cercando di alleviare la tensione che provo. Dopo un secondo di confusione lo vedo: un piercing. Una pallina lucida di metallo sembra ammiccare sulla sua lingua, che lui muove lentamente su e giù mimando qualcosa che non conosco ma di facilmente intuibile, che mi fa bagnare nuovamente tra le gambe.
Oh! Porca! Miseria!
«Come… cosa…» avvampo e ho una seria difficoltà a mettere in riga due parole di senso compiuto.
Lui scoppia in una risata, mette le braccia sul tavolo e vi appoggia sopra la fronte, continuando a ridere.
Dopo alcuni secondi si tira su, ancora con un sorriso scemo stampato in faccia, «Non hai proprio l’aria da donna vissuta, sai?»
Scrollo le spalle facendo finta di niente e cercando di mascherare il mio crescente imbarazzo.
Prima che la situazione degeneri diventando troppo imbarazzante, decido di spostare la conversazione su un altro argomento e mi butto sul primo che mi viene in mente, «Come mai ti sei fatto i piercing?»
Diventa serio e mi osserva per qualche istante in silenzio chiedendosi, probabilmente, il perché del mio improvviso cambio di argomento.
«Allora?» lo incito scimmiottandolo per non dargli il tempo di riflettere.
«Domanda leggera, eh?» chiede, con un sorriso tirato sul viso.
«Se non vuoi rispondere non importa.»
Scuote la testa, «Non fa niente,» sussurra guardando il piatto di patatine ormai vuoto, «quando avevo diciannove anni, mia madre e mio fratello Jasper sono morti in un incidente d’auto.»




Fa una breve pausa: non è vero che “non fa niente”. Il suo dolore traspare da ogni centimetro del suo corpo: dalla rigidezza del busto, l’espressione sofferta e le mani chiuse a pugno.
«Scusa, non immaginavo…»
«Non lo sa nessuno. Ci siamo trasferiti l’anno successivo, mio padre ha detto che dovevamo cambiare aria, cambiare casa e cambiare amicizie per poter dimenticare e andare avanti, e mi ha portato a Seattle. Dicevo a tutti che i miei si erano separati perché non sopportavo l’espressione di pietà che si dipingeva sul viso della gente quando dicevo loro la verità. Da quando siamo qui, però, mio padre si è tuffato nel suo lavoro. Non viene quasi mai a casa, non mi cerca e non stiamo mai insieme. Mi ignora completamente, come se non esistessi, come se quel maledetto giorno fossi morto anch’io. Così ho fatto il primo piercing, quello all’orecchio. Se n’è accorto dopo qualche giorno e si è limitato a fissarmi scuotendo la testa. Allora la settimana dopo ho fatto quello al sopracciglio e quando l’ha visto mi ha detto che sembravo un delinquente. Però mi vedeva, mi parlava. E la settimana successiva ho fatto quello al labbro: ha detto che sembravo un drogato. Poi mi sono stufato dei piercing, allora sono passato ai tatuaggi: prima la scritta all’avambraccio, poi il tribale sulla schiena e, per ultimo, quello al fianco. Ho ottenuto una reazione solo dal primo: quando mi ha visto mi ha insultato, ha detto che mia madre non avrebbe voluto vedermi ridotto così. Non ce l’ho più fatta e l’ho mandato a farsi fottere. Siamo arrivati alle mani e da quella volta praticamente non mi parla più. Mi sono rassegnato: se mi vuole ignorare che faccia pure, io farò altrettanto. Anzi, vivo meglio senza di lui. L’ultimo tatuaggio rappresenta proprio quello: la mia rinascita.»
Edward ha parlato tutto d’un fiato senza mai guardarmi. Tra le mani una salvietta che ha ridotto in striscioline, assorto nei suoi pensieri e nei ricordi.
Sono stata così trascinata dalle sue parole che non ho avuto neppure il tempo per interromperlo o fargli qualche domanda. Non voglio vederlo così, non posso sopportare che stia soffrendo a causa della mia domanda. Allungo una mano e prendo la sua, stringendola.
Edward alza lo sguardo sorpreso e, senza dire nulla, stringe a sua volta.
«Quello al fianco non l’ho visto.» sussurro, non sapendo cos’altro dire.
Sorride, «Allora dopo te lo farò vedere.» ammicca con un malizioso occhiolino e accarezza il palmo della mia mano con il pollice.
Accidenti! Come riesce a farmi venire questa tensione tra le cosce?
«Dai, andiamo via.» Toglie la mano dalla mia, tira fuori una banconota dal portafogli e la lascia sul tavolo.



Quando risaliamo in auto mi chiede se voglio che mi accompagni a casa. Vorrei dirgli di no perché mi piacerebbe stare ancora con lui, ma non sono abituata a essere così esplicita e mi sento a disagio. Sto per annuire, quando aggiunge, «Avrei voglia di un gelato. Ti va?»
Non riesco a trattenere un sorriso, «Non chiedo di meglio.»
Sorride a sua volta e accende il motore. Il breve viaggio verso la gelateria prosegue in silenzio, ma non un silenzio carico di imbarazzo o tipico di quando nessuno dei due sa cosa dire. È invece il silenzio di due persone a proprio agio tra loro, che godono della compagnia di chi hanno accanto.
Una volta arrivati ci sediamo a un piccolo tavolino, l’una di fronte all’altro. Facciamo il nostro ordine alla cameriera e, mentre attendiamo le nostre consumazioni, chiacchieriamo di cinema. Il locale a quest’ora è pieno di gente e c’è un gran viavai ma nessuno dei due si guarda attorno. Per quanto mi riguarda, esistiamo solo noi due: i suoi occhi e la sua voce mi attraggono costantemente e nulla mi può distrarre. Purtroppo, però, siamo spesso interrotti da amici o conoscenti, soprattutto da ragazze che lo salutano con grandi sorrisi e qualche ammiccamento. Ogni volta sorge in me un pizzico (ok, un’enorme) gelosia, ma lui risponde sempre con un saluto frettoloso, riportando subito l’attenzione su di me.
Siamo seduti così vicini che le nostre ginocchia si sfiorano, e a volte muovo di proposito una gamba per toccare la sua. Lo so, mi sto comportando come una ragazzina ma non posso farci nulla: la mia razionalità è andata a farsi friggere.
«Mi fai assaggiare?» chiede sporgendosi in avanti, come per sbirciare la mia coppa alle fragole con gelato al cioccolato e panna montata. «È da quando l’hai ordinata che cerco di immaginare l’abbinamento fragole-cioccolato, senza riuscirci.»
«Certo.» mormoro con un pizzico di orgoglio, certa che gli piacerà. Tuffo il cucchiaino nella coppa e lo tiro fuori dopo aver raccolto una fragola e un bel po’ di gelato, con un ciuffetto di panna.
Edward si avvicina un po’ con la sedia e si sporge verso di me, schiudendo un po’ le labbra. Con il ginocchio tocca il mio. Normalmente, una persona sposterebbe la gamba, ma lui non lo fa. Il pensiero che stia tenendo di proposito la gamba accostata alla mia mi emoziona, e mi guardo bene dal spostarla. Non ci dovrebbe essere nulla di sensuale in tutto questo, giusto? E allora perché sento le farfalle nello stomaco?
Gli avvicino il cucchiaio e, quando apre la bocca, il piercing sulla sua lingua ammicca nella mia direzione, causandomi un brivido lungo la schiena. Maccheccavolo ho oggi?
«Ciao, Edward.»
L’improvvisa interruzione mi fa sobbalzare.
Edward lancia un’occhiata veloce alle mie spalle, mormora un «’ao» e poi azzanna il mio cucchiaino come niente fosse. Io sono ipnotizzata dalla sua espressione mentre gusta il gelato e non presto la minima attenzione alla presenza alle mie spalle.




«Mi fa piacere vedere che non te ne stai chiuso in casa tutto il giorno.»
Mi volto e Jessica Stanley è in piedi dietro di me, l’espressione altezzosa e sprezzante.
Edward le risponde senza neanche guardarla, «Non so perché secondo te dovrei stare chiuso in casa, e neanche mi interessa. Ma ora, se non ti dispiace, sono impegnato.» Le rivolge un sorrisino di scherno e si volta nuovamente verso di me, la sua espressione cambia totalmente, passando da infastidita a serena. Senza pensarci allungo la mano sul tavolino e afferro quella di Edward, che la stringe come se non aspettasse altro.
«Sì, siamo impegnati, ti spiace?» Le dico girandomi appena e guardandola da sopra la spalla.
Finalmente Jessica capisce l’antifona e si allontana a lunghe falcate, offesa. Durante la sua ritirata, mormora un «Idiota!» quando passa accanto a Edward, che trattiene a stento una risata.
«Scusa, non dovevo mettermi in mezzo.» gli dico, imbarazzata della mia sfacciataggine.
«Ma scherzi? Hai fatto benissimo, hai visto come si è incazzata?»
Annuisco, rendendomi conto che non accenna a lasciare la mia mano e, anzi, ne accarezza il dorso con il pollice. I suoi occhi sono fissi nei miei, e sembra quasi che voglia dirmi qualcosa.
«Oh, scusa,» dice abbassando lo sguardo, «non ti lascio finire il gelato.» riluttante toglie la mano dalla mia, tornando a mangiare dalla sua coppa, pensieroso.
La sua gamba tocca ancora la mia. Ogni tanto la muove in su e giù, come per accarezzarmi. Non credo abbia idea di cosa mi sta provocando, e di che desideri mi stia facendo venire.
Quando ci alziamo per andarcene mi accorgo che Jessica ci sta fissando e, mentre ci dirigiamo alla macchina, lo dico a Edward. Gli porgo la mano ma lui, invece di prenderla, si avvicina di più a me e mi mette un braccio sulle spalle. Io gli metto il braccio attorno alla vita e camminiamo abbracciati verso la macchina.
«Cosa credi che voglia?» chiedo.
«Il cazzo che me ne frega? Niente.»
Mi scappa una risatina nervosa mentre la mano di Edward si sposta ad accarezzarmi il collo, appena sotto l’orecchio.
«Credi che voglia tornare con te?»
«Bella, te l’ho già detto, non mi interessa. Prima era una come tante altre, ora è proprio il nulla. Però mi diverto a farla imbestialire.»
Il mio cuore inciampa, «Perché, cos’è cambiato in quest’ora?»
Edward non risponde e si morde il labbro inferiore. Intanto siamo arrivati alla macchina. «Per farla incazzare di brutto dovrei baciarti.»
Quasi mi strozzo quando la saliva mi va di traverso e tossisco per tentare di nascondere il mio profondo imbarazzo. «Fai… Fai pure.» mormoro, col viso in fiamme, mentre arriviamo alla macchina.
Si appoggia sol sedere alla sua auto tirandomi a sé. Siamo in linea d’aria perfetta con la gelateria e sento gli artigli affilati dello sguardo di Jessica sulla schiena. Ho una gamba tra le sue e col bacino sono appoggiata al suo. Ha spostato una mano sul mio fianco mentre con l’altra mi afferra dolcemente il mento, alzandomi il viso verso il suo. Nello stesso momento si abbassa avvicinare terribilmente le sue labbra alle mie. Gli appoggio una mano sul petto e l’altra sulla nuca, tra i capelli, facendogli venire la pelle d’oca.
Non respiro e il mio cuore galoppa così velocemente da inciampare un battito sì e uno no.
Quando la sua bocca è a meno di un centimetro dalla mia, chiude gli occhi. Anche io chiudo i miei, già assaporando le sue labbra sulle mie.
«Non ti bacerei mai per far arrabbiare qualcuno,» sussurra. Le labbra che quasi sfiorano le mie e il suo respiro che le accarezza, «non potrei mai usarti in questo modo.»
Apro gli occhi, sorpresa e delusa allo stesso tempo, e mi perdo nei suoi, limpidi e intensi. Bellissimi. Boccheggio senz’aria perché devo ancora riprendere a respirare e lui sorride, con un’espressione che è un misto tra dolcezza e sfrontatezza. «Quando ti bacerò, sarà perché ti sembrerà che ti manchi l’aria da quanto mi vuoi.»
Lo guardo in cagnesco, da un parte ancora delusa ma dall’altra irritata dalla sua sicurezza.
Mi accarezza la guancia con l’indice, «Tranquilla, non dovrai aspettare ancora molto.» dice sorridendo impertinente mentre mi fa l’occhiolino.
Indietreggio di un passo offesa dalla sua insolenza e dalla sua sicurezza, e gli do uno schiaffo sul petto. «Idiota!»
Edward scoppia a ridere, ormai certo dell’effetto che ha su di me. Non staccando gli occhi dai miei, apre la portiera della sua Volvo scimmiottando un gesto galante.
Le gambe mi tremano mentre prendo posto, ancora offesa, e lui continua a ridere di gusto mentre si siede al volante.




Mette in moto e mi chiede se voglio andare a casa e solo in quel momento mi rendo conto di una cosa.
«Accidenti!» mormoro, «ho dimenticato lo zaino in camera tua.»
«Nessun problema, torniamo a prenderlo.»
«Grazie.»
Durante il viaggio di ritorno Edward chiacchiera tranquillamente ma io rispondo a monosillabi perché sono ancora un po’ arrabbiata (e delusa) dal suo comportamento di prima. Lui sta al gioco e mi prende un po’ in giro facendomi il verso.
Una volta parcheggiata l’auto nel vialetto rimane qualche istante in silenzio. «Senti, è presto. Vuoi rimanere un po’? Magari guardiamo un film o-»
«Si!» Sono così felice che me l’abbia chiesto che non gli faccio neppure finire la frase.
Annuisce e un timido sorriso gli appare sulle labbra.
Scendiamo dall’auto e lo seguo dentro casa, guardandomi attorno. Edward si ferma per lasciare nello svuota-tasche, appoggiato su una consolle all’ingresso, le chiavi e il portafoglio. Io mi guardo attorno mentre cammino e, distratta, gli sbatto addosso. Lui si volta di scatto per sorreggermi e ci troviamo incredibilmente vicini. È più alto di me di almeno una ventina di centimetri ma le nostre bocche sono così vicine… O forse è solo una mia impressione perché sto morendo dalla voglia di baciarlo. Ci fissiamo negli occhi per un paio di secondi, poi sposta lo sguardo sulla mia bocca, incendiandomi. Quando ho deciso di annullare la distanza tra noi, però, Edward si schiarisce la voce e fa un passo in dietro.
Accidenti! Quelle labbra hanno un aspetto così invitante! E dopo il momento di prima, fuori dalla gelateria, il desiderio di lui è schizzato alle stelle. Se ci aggiungiamo che non riesco a togliermi dalla mente il momento in cui mi ha mostrato il piercing alla lingua, sono fregata. Quando ci penso mi sento avvampare e sento sempre quello strano calore diffondersi tra le cosce.
Edward sale i gradini due a due per tornare al piano di sopra a recuperare lo zaino, io sto ancora pensando al suo piercing e lo seguo senza pensarci. Arrivati in camera rimango sorpresa di trovare il letto fatto e di non vedere la biancheria che aveva lasciato sul letto.
«Rosa, la nostra domestica, viene tutte le mattine e qualche pomeriggio a settimana per tenere in ordine e preparare la cena per me e mio padre. Evidentemente è passata mentre eravamo via.» dice mentre raccoglie lo zaino, rispondendo alla confusione che ha visto sul mio viso.
Annuisco e rimaniamo nuovamente uno di fronte all’altra, troppo vicini. Respiro il suo profumo e lo guardo in viso, osservando le sue labbra e quel piccolo piercing sul labbro superiore. All’improvviso la voglia di accarezzarlo diventa insostenibile. Senza pensarci, come se mi trovassi in uno stato di trance, alzo la mano e appoggio il polpastrello del mio indice su quella piccola pallina di acciaio, sfiorandogli le labbra. Sento il suo sguardo addosso e sposto la mano per toccare il piercing al sopracciglio, accarezzandogli la fronte.
«Ti fanno male?» chiedo scioccamente.
«No.» la sua risposta è un sussurro mentre chiude gli occhi abbandonandosi alle mie carezze. La sua espressione è di serena beatitudine, ma allo stesso tempo è come se non fosse abituato ad essere accarezzato. La sua pelle è morbida e calda, invitante. Scendo con la mano ad accarezzargli la guancia e il collo ed è allora che fa un passo in avanti appoggiando la bocca sulla mia.







Mi bacia con dolcezza accarezzando le mie labbra con le sue, e quando rispondo al bacio sento la sua lingua cercare la mia. Il contatto inaspettato con il piercing freddo, così in contrasto con il calore delle sue labbra, mi fa gemere. Anche Edward geme e, avvicinandosi di più, mi accarezza la guancia mentre io affondo le dita tra i suoi capelli. Preme i fianchi contro i miei e il bacio si fa subito più intimo.
Gli faccio scendere il giubbotto dalle spalle e lui lo lascia cadere a terra con un tonfo. Fa scendere anche il mio, poi fa un passo in avanti facendomi indietreggiare finché tocco il letto, mi spinge giù e si sdraia sopra di me. Scalcia via le scarpe e infila una gamba tra le mie, premendo la coscia contro la mia parte più sensibile.
Sento chiaramente la sua erezione e tutta una serie di emozioni incredibili, che non ho mai provato prima, si stanno impadronendo di me. Edward mi solleva la mia maglia sul fianco toccandomi la pelle, la sua mano è bollente, il tocco gentile e non smette un solo istante di baciarmi.
Quando James o Mike mi toccavano, la sensazione che provavo era di fastidio e quasi mi mancava l’aria per il senso di oppressione che sentivo. Con Edward è diverso, totalmente diverso. Desidero le sue carezze, le desidero su ogni parte del corpo. Sento una connessione e un legame con lui che non ho mai provato prima. Sono totalmente inesperta nei rapporti di coppia e nel sesso, ma quello che provo va oltre al normale desiderio fisico. Tra le sue braccia mi sento perfettamente a mio agio: è come se ci conoscessimo da sempre e lui mi avesse sempre toccata così, come se le sue mani creassero sulla mia pelle una melodia meravigliosa. In questo momento tutto è perfetto.
Si alza sulle ginocchia e, guardandomi negli occhi, si toglie in un unico gesto la felpa e la t-shirt.
Lo guardo e rimango affascinata dal suo corpo tonico e dai suoi tatuaggi. «Ma come, nessun piercing al capezzolo?» sussurro accarezzandogli il petto.
Sogghigna, «No, non mi piacciono. Volevo farne uno più giù, ma poi ho cambiato idea.» Il suo sorriso è provocante ma io sono troppo sopraffatta dalla situazione per ragionare in maniera coerente.
«E dove volevi farlo, all’ombelico?» col dito scendo maliziosa ad accarezzare proprio quella dolce rientranza.
Edward scoppia a ridere e afferra la mia mano, «No, qui.» mormora appoggiandosela sull’inguine.
Scioccata dal suo gesto improvviso rimango immobile, la sua mano ancora sulla mia. È impossibile non sentire la sua eccitazione e non accarezzarla.
Riprende a baciarmi il collo e io lo accarezzo ovunque riesca: la schiena, le braccia, i capelli. La sua bocca scende sul fianco sfiorandomi e lasciando dei piccoli morsi, poi risale verso il seno sollevandomi la maglietta e lascio che me la tolga. Ho il respiro corto, mi sento come se mi scoppiasse la testa dal turbinio di emozioni che provo quando le sue mani mi accarezzano il seno. Con una mano sgancia il reggiseno mentre l’altra mi pizzica con dolcezza un capezzolo. Gemo e inarco la schiena per andare incontro alle sue carezze, per fargli capire che ne voglio ancora e che vorrei non smettesse mai di toccarmi. La sua bocca scende su un seno, lungo lo sterno e arriva all’ombelico, le sue mani sbottonano i jeans.
Smetto di respirare. “Sta per succedere. Lo voglio davvero?” Mille domande mi affollano la mente. Non ho mai lasciato che nessuno entrasse così in intimità con me, non mi sono mai sentita così in sintonia con qualcuno da permettergli di farlo, di farmi sua, di essere mio.
Ma Edward è diverso. Non so perché, ma lo so.





Edward gattona verso di me. Non sta ridendo e io lo guardo sorpresa. Mette le ginocchia ai lati dei miei fianchi e si siede sulle mie gambe, tenendosi sollevato per non pesare. Anch’io mi sono messa a sedere e siamo così vicini che sento il suo respiro accarezzarmi il viso.
«Non sei una delle tante, Bella. Il fatto che tu ti sia accorta di me solo da poche ore non cancella il fatto che io sia attratto da te da più di due anni. Non faccio altro che pensarti dal primo giorno che ti ho vista. Non ti ho mai avvicinata perché pensavo di non piacerti, non ti ho mai vista in compagnia di qualcuno come me, e avevo troppa paura che tu non fossi il tipo di ragazza che guarda oltre i miei piercing. Ho preferito vivere nella mia illusione di te, nei castelli in aria che mi ero costruito. L’ho fatto anche l’altro giorno, quando Tyler stava per investirti. Avrei potuto fermarmi, ma ho avuto paura e sono scappato. Dio, Bella, tu non hai neppure idea di cosa provo quando mi accarezzi. Ho sognato così tante volte che succedesse, che ora non riesco neppure a capire quante e quali emozioni mi fai provare.»
Lo guardo, ha gli occhi lucidi. Sono totalmente spiazzata, non mi sarei mai aspettata una risposta così. Con le mani gli accarezzo il viso e lui sospira. «Non te lo so spiegare, ma ho sempre sentito qualcosa qui,» si indica il centro del petto con due dita, «quanto ti guardavo, quando ti ascoltavo ridere o parlare con qualcuno. Come se il mio cuore sapesse di appartenerti. Come se sapesse che tu gli appartieni. Mi prenderai per folle ma-»
Non lo lascio continuare, non ne ho bisogno. Gli prendo il viso tra le mani e lo bacio. Le sue parole mi hanno acceso un fuoco dentro che non riesco a trattenere. Edward torna con le mani sui miei jeans e io alzo il sedere per farmeli togliere. In un attimo sono completamente nuda di fronte a lui, che mi osserva come se mi trovasse bellissima. Viene lentamente verso di me, con le mani mi apre le gambe e si posiziona tra le mie ginocchia.
«Edward…»
«Voglio assaggiarti.» sussurra con un filo di voce guardandomi negli occhi. Appoggia i palmi sulle mie ginocchia e li fa scivolare lentamente verso l’alto. La sensazione delle sue mani sulla pelle sensibile dell’interno coscia è indescrivibile, sto quasi tremando e non riesco a staccare gli occhi dai suoi. L’attesa mi sta facendo battere il cuore alla follia. Si abbassa lentamente e io mi stendo sulla schiena. Quando la sua lingua mi sfiora ho un leggero sussulto, allora mi accarezza di più, più a fondo. Compie dei piccoli movimenti in cerchio attorno al centro del mio piacere ed io non riesco a controllare i miei gemiti. Quello che provo è milioni di volte più bello e più forte di qualsiasi cosa abbia mai immaginato. Stringe piano il clitoride tra i denti e mi scappa un’imprecazione. Lui sogghigna e lo prende tra le labbra, succhiandolo. Delle piccole scosse elettriche percorrono il mio corpo facendomi venire i brividi. Le parole escono dalla mia bocca senza alcun controllo, mi rendo conto che sto pronunciando “Edward” e “Dio” in una sorta di litania finché scocca il colpo di grazia. Mi lecca giocando con il suo piercing sul clitoride. La folle sensazione del freddo acciaio con il caldo della sua lingua mi scatena una scossa elettrica, come se fossi attraversata da un fulmine. Vengo travolta da un violento orgasmo che mi fa urlare il suo nome. La sua lingua continua a giocare con me mentre sono ancora scossa da spasmi e brividi. Quando finalmente inizio a rilassarmi, lui sale accoccolandosi vicino a me e mi accarezza con dolcezza il viso, scostando alcune ciocche di capelli dalla fronte. Per un po’ non riesco neanche a parlare, me ne sto semplicemente nuda, distesa sulla schiena, con un grande sorriso ebete stampato in faccia.




Dopo qualche minuto mi giro verso di lui e ci guardiamo per un po’ negli occhi. Gli accarezzo il viso e i capelli, il braccio e poi il fianco, scendo sulla cintura dei suoi pantaloni ma mi fermo, imbarazzata dal mio desiderio di lui.
«Non sentirti obbligata. A me va bene così.» La sua voce è poco più di un sussurro carico di dolcezza, lo sguardo sincero.
Scuoto piano la testa, «Sappi che mi imbarazza follemente dirtelo, ma mi sembra di impazzire dalla voglia che ho di te.»
La sua bellissima bocca si curva in un sorriso, «Per me è lo stesso.» Si sdraia sulla schiena e porta nuovamente la mia mano sulla sua cintura. «Spogliami.»
Mi metto a sedere, gli slaccio la cintura e sgancio i bottoni dei jeans. Con le mani sui fianchi gli faccio scivolare giù i pantaloni. Rimango incantata a guardare la sua erezione, trattenuta dai boxer aderenti neri, che spinge per uscire. Mi faccio coraggio e gli tolgo anche quelli.
La poca esperienza sul sesso che ho è di quasi sola teoria. Ammetto di aver guardato qualche film erotico e un paio di porno, ma non posso fare a meno di chiedermi come farò a far stare tutto quel coso dentro di me. È così grande. Mi viene spontaneo stringerlo con la mano, facendogli sfuggire un sospiro, e mi rendo conto che non riesco neppure a farci tutto il giro. Muovo lentamente la mano su e giù, lui si sporge verso il comodino e dal cassetto tira fuori la bustina di un preservativo, la strappa e lo indossa. In un secondo mi ha spinto giù ed è tra le mie gambe, il sorriso sulle labbra, gli occhi che brillano di impazienza. Ci baciamo per un tempo che mi sembra lunghissimo. La sua lingua sul collo e il respiro sull’orecchio non fanno altro che amplificare la mia eccitazione. Voglio Edward dentro di me, ne ho un bisogno quasi disperato.
«Sicura che lo vuoi?» chiede interrompendo i baci e guardandomi negli occhi.
Annuisco e lo sento spostarsi al mio ingresso, poi una pressione. Cerco di rilassarmi e senza accorgermene trattengo il fiato finché lo sento chiaramente spingere in me. Mi invade in un’unica spinta che mi strappa un grido di sorpresa e dolore. Mi irrigidisco stringendogli le gambe attorno ai fianchi e le braccia al collo. Le sue labbra sulle mie e la sua lingua che mi accarezza mi fanno rilassare e, quando lo faccio, lui comincia a muoversi lentamente in me, avanti e indietro, dapprima con dolcezza e poi con più intensità. Intreccia le dita di una mano alle mie e mi guarda dritto negli occhi mentre si immerge ripetutamente in me. I suoi colpi sono vigorosi e mi sfugge un gemito ad ogni spinta.
Parla, sussurrando ogni parola alternata a un affondo «Non sei. Una. Tra. Le altre.» Mette la mano sotto al mio ginocchio, sollevandomi la gamba sopra al suo sedere. «Sei.» Affondo più veloce. «L’unica. Sei. Mia.» altro affondo, più profondo, più brusco, come se mi volesse marchiare, rivendicare una proprietà.
Non avrei mai pensato di finire a letto con un ragazzo appena conosciuto, non è assolutamente da me, ma Edward è così… così…
ommioddio! Si è sollevato sulle braccia e ora lo sento più in profondità, i colpi sono più bruschi, quasi dolorosi e mi lasciano senza fiato. Il suo respiro e i suoi gemiti sono veloci finché, dopo l’ennesima spinta, una bomba esplode dentro di me e un altro orgasmo potente e violento mi invade. Non avrei mai immaginato potesse esistere qualcosa di tale intensità. Lascio andare in un grido il suo nome e, senza riuscire a trattenermi, gli affondo le unghie sulla schiena. Sotto i suoi colpi, ora più ravvicinati e forti, sento i miei muscoli stringersi attorno a lui, ai suoi ultimi affondi, al suo orgasmo che finalmente irrompe dentro di me.
«Oddio, sì!» mormora. Sento il suo corpo irrigidirsi e il suo piacere pulsare in me. Si abbandona col respiro affannato e una mano tra i miei capelli, bisbigliando al mio orecchio con voce soffocata, «Dio, sei stupenda!»



Ancora sorpresa per l’intensità di quello che ho provato, continuo a stringerlo stretto incapace di allentare la presa. Come se pensassi che potrebbe fuggire via.
«Oddio! Non avrei mai pensato che il sesso fosse così.»
Edward alza il viso di scatto e mi guarda sorpreso, «Eri vergine?!»
Arrossisco imbarazzata, «Più o meno.»
«Come: più o meno? O sei vergine, o non lo sei.»
«Ecco…» balbetto, «tecnicamente ho perso la verginità tempo fa, ma in pratica non è stato… come questo.»
«E com’è stato?»
«Ehm… lui era… piccolo… ed è stato… veloce. Non mi sono praticamente accorta di niente.»
Sono imbarazzata da morire e lui scoppia a ridere, «Hai dato la tua verginità a Mike Newton? Eri così disperata?»
Gli faccio una linguaccia, «No, non ero disperata, ero solo curiosa. E lui non mi dava tregua, così mi sono detta che, tanto, prima o poi l’avrei fatto. Tanto valeva farlo con lui. Tu, invece? Quante ragazze hai avuto?»
Mi guarda in silenzio per qualche istante, poi appoggia le mani sulle mie guance e mi bacia profondamente. «Di importante, solo tu.»
La sua risposta mi spiazza e il cuore mi fa un doppio salto mortale nel petto mentre i suoi baci continuano. «Ruffiano.»
Sorride, «No, è la verità.»
Gli accarezzo il viso guardolo negli occhi e, arrossendo imbarazzata, mormoro «Dovrai insegnarmi molte cose.»
«Solo i mille modi per amarti.» sussurra sorridendo e guardandomi intensamente prima di baciarmi ancora.
«C0me facevi a sapere che parlavo di Mike?»
«Perché le voci girano, e quelle su di lui non sono mai state molto lusinghiere.» Appoggia un bacio leggero sulle mie labbra e mi guarda con dolcezza, «Mi fa piacere averti soddisfatta.»
«Anche a me.» mormoro restituendogli il bacio.
Dopo alcuni minuti mi passa un braccio sulle spalle e rotola sulla schiena portandomi con sé. Appoggio il viso sul suo petto e non perdo l’occasione per guardare il suo corpo. Sfioro con le dita la frase sul suo avambraccio, «Cosa vuol dire?»
«È in una canzone italiana. la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia. Quando l’ho fatto rappresentava alla perfezione la mia vita, e lo farà sempre.» Mentre lo dice, il suo sguardo si perde lontano, triste.
«E questo?» chiedo, accarezzando le linee scure sul suo fianco.
«Quello è un sole con al suo interno la Fenice, risorta dalle proprie ceneri. Celebra la mia rinascita, la mia voglia di ricominciare a vivere nonostante tutto. Mentre quello sulla schiena è un tribale, rappresenta l’energia, la forza.
«Davvero volevi farti un piercing… lì?»
«Ci ho pensato e avevo praticamente deciso. Quando sono andato al negozio e ho accennato la cosa al tizio, si è entusiasmato subito, come se non vedesse l’ora di prendermelo in mano. Poi ho notato un rigonfiamento sospetto nei suoi pantaloni e ho lasciato perdere. E, comunque, mi sentirei troppo a disagio con un uomo che traffica col mio pisello. Dopo di quello, mi è passata completamente la voglia di farlo.»
Ridiamo entrambi e rimaniamo a chiacchierare come se fosse la cosa più normale del mondo. Parliamo per un sacco di tempo, con semplicità, con complicità, come se ci conoscessimo da sempre.

***

Quando usciamo dalla sua stanza sono ancora emozionata per quello che abbiamo appena vissuto e condiviso. Scendiamo le scale mano nella mano, entrambi con un sorriso ebete dipinto sul volto. All’ultimo gradino un’ombra si para davanti a noi. Edward si irrigidisce e stringe più forte la mia mano.
È suo padre.
«Edward.» lo saluta, severo.
«Papà, lei è Bella, la mia ragazza.»
«Piacere.» mormoro imbarazzata allungando la mano destra verso di lui.
«E da quanto state insieme?»
«Sei mesi.» gli risponde Edward senza esitazione.
«Finalmente hai messo la testa a posto, eh figliolo?» dice guardandolo. Poi afferra la mia mano «Piacere mio, Carlisle. Ti fermi a cena con noi, Bella?»
Io e Edward ci guardiamo un po’ sorpresi. «Non posso, mi dispiace. Avrei dovuto avvisare a casa.»
«Domani sera, allora?» chiede Edward, con un sorriso che gli illumina lo sguardo.
Annuisco e anche suo padre sorride.
Usciamo e, appena chiusa la porta alle nostre spalle, Edward si scusa «Se gli avessi detto la verità, avrebbe pensato che non sei importante.»
Arrossisco, «E invece?»
«E invece lo sei. E… sei la mia ragazza?»
Faccio segno di sì, timidamente, mordendomi il labbro inferiore.

Annuisce con dolcezza mentre si avvicina per baciarmi ancora.




«Papààà! Siamo in ritardo, muoviti!»
«Arrivo, Edward, arrivo. Non siamo in ritardo, non preoccuparti.»
Sbuffo, «Non mi sarebbe dispiaciuto arrivare in anticipo…»
«Questa è un’altra cosa.»
«Muovitiii.» scalpito nelle scarpe nuove del mio look “da festa.” No, non “da damerino”, quello lo lascio a mio padre, io mi sentirei ridicolo. Però con jeans neri, camicia bianca, cravatta nera allentata e giacca nera, penso proprio di fare la mia porca figura. Ho voluto fare una sorpresa a Bella, spero solo che non scoppi a ridere appena mi vede.
«Suvvia Edward! Vi siete visti ieri sera. E l’hai portata a casa che era quasi mattina, credo che tu possa resistere qualche ora senza Bella, no?»
Sbuffo ancora, «No.»
Afferro le chiavi della Mercedes di papà, ci tiene ad arrivare con la sua auto e naturalmente vuole guidare lui. Ci metteremo una vita, lo so. «Alloooraaa?»
Papà scoppia a ridere, «Non ci si presenta a casa di qualcuno a mani vuote, Edward, un attimo che prendo tutto.»
«La mia presenza dovrebbe essere un regalo più che soddisfacente.» borbotto sarcastico, «Comunque, oltre al cesto di leccornie italiane, lo scialle di Valentino e un enorme mazzo di… rose rosse, papà? Non ti sembra di correre troppo?»
Carlisle finge un colpo di tosse per schiarirsi la voce, «No, figliolo. Comunque ho tutto, possiamo andare.»
È il giorno di Natale ed Esme, la madre di Bella, ci ha invitati a casa loro per pranzo.
Io e Bella ormai stiamo insieme da mesi, siamo innamorati pazzi e abbiamo iniziato a cercare casa per andare a vivere insieme. Almeno quando faremo l’amore potremo fregarcene se facciamo troppo rumore. “Se”… volevo dire “quando”, cioè sempre, visto che siamo molto focosi.
Durante il viaggio, papà cerca di fare conversazione, ma io sono troppo impegnato a imprecare a ogni semaforo rosso o vecchietta che attraversa la strada. All’ennesimo lavavetri, minaccio Carlisle di scendere e chiamare un taxi, e per fortuna non si ferma.
Mi passo le mani sulla faccia per lo scongiurato pericolo e, sentendo l’oggetto nella tasca interna della mia giacca, mi torna in mente il discorso di mio padre di qualche sera fa, mentre ero seduto ai piedi del suo letto.
«Edward, sei cambiato da qualche mese a questa parte. Ti vedo meno ombroso, oserei dire felice. È merito di Bella, vero?»
ho fatto l’ennesimo sospiro ed evitato il suo sguardo. Parlare con lui è complicato, soffro ancora per i molti mesi in cui mi ha ignorato e recuperare è difficile. Ma ci stiamo provando e lui si sta impegnando molto. «Sì, è merito suo. È speciale.»
«Lo so, si vede da come sei cambiato da quando stai con lei.»
«Ehm, c’è una cosa che devo dirti. Io e Bella stiamo insieme da sei mesi, non da un anno. La sera che l’hai conosciuta è la sera che ci siamo messi insieme. Scusa se ti ho mentito.»
«Mi chiedevo se me l’avresti mai detto. Lo sapevo già. E non guardarmi così scioccato, non sono un completo babbeo, Edward. L’avevo capito ancora quella sera, perché non ti avevo mai visto quella luce negli occhi. È bastato quello a farmi capire che la tua era una bugia. Ma ne comprendo il motivo, quindi non devi scusarti.»
Papà ed Esme, invece, si conoscono da qualche settimana. Una sera Esme è venuta a prendere Bella e mio padre le ha convinte a fermarsi a cena, con la scusa che Rosa aveva preparato le lasagne per un esercito. Neanche io sono un babbeo, e ho notato chiaramente che non si sono staccati gli occhi di dosso e che, quando si rivolgevano la parola, il loro tono era quasi smielato. Quella sera, io e Bella ci siamo addormentati sul divano perché Esme continuava a dire “Ora andiamo.” e invece iniziavano un nuovo discorso. Ad averlo saputo subito ce ne saremmo andati in camera mia a fare l’amore, almeno non avremo sprecato tutto quel tempo con uno stupido film alla tv e un’inutile dormita. Da quella volta si sono rivisti ogni tanto, solo quando Esme accompagnava o veniva a riprendere Bella, ma nulla di importante.
Finalmente siamo arrivati, Carlisle non fa in tempo a fermare la macchina che ho già aperto la portiera e messo un piede fuori.
«Edward! Aspetta, entriamo insieme no?»
Maporcavacca! «Sì, papà. Però muoviti!»
E invece lui scende con calma, cammina verso il baule con calma, prende i regali con calma e s’incammina con calma verso la porta di casa. Mi sono offerto di prendere il mazzo di fiori ma mi ha ficcato in mano il cesto di prelibatezze italiane con uno sguardo offeso. Bah!
Per quanto mi riguarda, ho il mio regalo per Bella proprio in tasca.
È una scatolina blu. Con all’interno l’anello di fidanzamento di mia madre. Quando ho deciso di chiedere a Bella di sposarmi, ho cercato di informarmi su qualsiasi cosa riguardasse i diamanti, volevo capire che cavolo sono i carati, come viene determinata la purezza e tutto il resto. Una sera ero talmente concentrato che non mi ero accorto che mio padre fosse entrato e si fosse piazzato alle mie spalle per vedere cosa mi rapisse tanto. Quando l’ha capito mi ha chiesto di andare con lui. A disagio l’ho seguito nella sua camera, e mentre si è messo a frugare all’interno del primo cassetto del comò mi sono seduto ai piedi del letto, come un bambino. Dopo qualche istante si è voltato e mi ha fatto quel bel discorso su come Bella mi abbia cambiato, poi ha allungato la mano con questa scatoletta blu. Sono rimasto a fissarla immobile.
«Solo se ti fa piacere. Se preferisci qualcosa di più moderno o di diverso, non sentirti obbligato a prenderlo.»
L’ho guardato incredulo, mi sono alzato e l’ho abbracciato singhiozzando come un bambino. Non avrei mai voluto un altro anello per la mia Bella.
Siamo davanti alla porta e papà suona il campanello. Dall’interno provengono dei rumori concitati, poi la porta si apre ed appare Esme con un timido sorriso, elegante e bellissima. Sto per fare un passo avanti per farle gli auguri quando mio padre mi precede, si volta sbattendomi in mano il mazzo di fiori e, dopo aver fatto un passo in avanti, abbraccia Esme baciandola con passione.
Sono scioccato, non ho proprio capito un cazzo di mio padre in queste settimane, chissà da quanto va avanti la loro storia.
In quel momento arriva Bella e rimane immobile come me a fissare i nostri genitori. Evidentemente neanche lei sapeva nulla. Poi ci guardiamo e un sorriso appare simultaneo sulle nostre labbra, mentre appoggio le rose sul tavolino all’ingresso e avanziamo l’una verso l’altro per iniziare il nostro primo Natale insieme.




FINE.

14 commenti:

  1. Per essere la tua prima esperienza con "Una pagina al giorno" devo dirti che sei partita molto bene. Ho letto il primo capitolo e siccome mi ha colpito ho deciso di leggerla tutta in un unica volta, sò che va contro lo spirito un pagina al giorno ma per me si assaporano meglio molte sfumature. La storia nel complesso mi è piaciuta molto, come pure i personaggi che sono dolci e teneri, soprattutto lui, nonostante l'aspetto un po' da duro causa tatuaggi e piercing, rivela di avere un animo molto romantico. Mi è piaciuta anche la scelta che hai fatto di far riavvicinare padre e figlio e di lasciare in qualche modo un finale aperto a più possibilità. E come ultima cosa ti dico che la scelta di Ed di non farsi l'ultimo piercing mi ha fatto molto ridere, immagino però che il tipo ci sia rimasto molto male, d'altronde ti vedi sfumare davanti agli occhi la possibilità di avere tra le mani cotanta roba. Complimenti

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    1. Grazie mille Chiara, sono felicissima che la mia storia ti sia piaciuta! Grazie dei complimenti!

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  2. Sei stata la prima del nostro gruppo di "inesperte" a cimentarti in questa avventura di "una pagina al giorno" e devo dirti che hai tutti i miei complimenti per una storia che ha saputo catturare l'attenzione giorno dopo giorno, creando quell'attesa che non ti fa vedere l'ora di aprire la pagina di fb per trovare il seguito di quello che ti è rimasto in testa dal giorno prima.
    Immagino fosse questo l'intento delle admin e credo tu abbia colto in pieno l'obiettivo.
    Davvero brava.
    Per quanto riguarda la storia voglio dirti che questo Edward tatuato e con i piercing in posti cruciali mi ha fatto viaggiare per bene con la fantasia...bella anche la fine. Io sono una di quelle che ama le storie che finiscono bene.
    Grazie, quindi, per averci donato il tuo tempo e la questa storia.

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  3. hahahahaahahahahahah!!! Ma sto piangendo come una deficienteeeeeeeee!!!
    Allora, cara Denise, qui c'è tantissimo da dire! Ma prima vorrei iniziare da te, se non ti dispiace. Dunque, eri una giovanissima fanciulla quando iniziasti a scrivere romanticherie... no, sto scherzando, invece ho imparato a conoscere i tuoi passi e il tup stile con i contest ai quali hai sempre partecipato con grazia e impegno. Hai un modo di scrivere fluido, che rivela molto delle tue letture e dei tuoi gusti, e non ho potuto fare a meno di notare la crescita della tua bravura: sei migliorata ad ogni passo, senza mai un tentennamento e questa è una cosa non da tutte, credimi, è per questo che mi sento di dirti di continuare e di non mollare anche quando arriveranno periodi meno fecondi, ma fisiologici. Quindi GO-DENISE-GO!
    Questa storia mi è piaciuta moltissimo e poteva tranquillamente non piacermi per le caratteristiche del tema. Mi spiego: non impazzisco per le teen romance, non se non hanno quel quid in più che le rende diverse dalle migliaia in circolazione; in molte scrivono storie dolci tra due studenti, in genere con un lutto alle spalle, ci sta, è un passo quasi obbligato, ma la tua storia ha due punti ottimi per me, 1) hai scelto un teen romance non lungo come un romanzo, quindi tranquillamente leggibile e godibile, dato che il fatto principale della storia è la rivelazione della loro passione; se fosse stata più lunga avresti dovuto mettere un fatto rilevante, una circostanza da risolvere per dare curve alla storia, ma qui non se ne sente il bisogno. Insomma quello che voglio dire è che hai saputo dosare i tempi e gli ingredienti non bene, ma benissimo: la tua storia è semplice, ben scritta, tranquilla e non stanca nemmeno in una riga e non è facile nelle long, quindi brava! 2) I personaggi, nonostante classici, non sono mai mielosi: lei è un amore, tranquilla, dolce, ma patetica e lui è fantastico, ogni line che gli hai regalato mi è piaciuta moltissimo, lo hai reso sexy, dolce e non hai esagerato sul suo passato drammatico. 3) L'ultimo capitolo è PERFETTO! hahahahahahahahha!!! Ed è lì che mi sono messa a piangere! Lo so, vado controcorrente, difficilmente piango quando un'autrice ha la sfacciataggine di dire "tirate fuori i fazzoletti", oppure nello humor dice "qui si ride", ma che ne sanno come una lettrice può reagire?? E' come quando a Roma qualcuno ti dice "mo te faccio fa na risata" e tu magari non trovi la cosa divertente ma ti tocca ridere per forza perchè praticamente ti è stato imposto. Ecco, vedi, io piango a fontanella quando ci sono quadretti familiari felici, non so spiegartene il motivo, probabilmente è perchè manca a me questa felicità, perchè è un sogno vero per me e quindi mi commuovo. Ma non solo, quest'ultimo capitolo ha un ritmo perfetto, una sequenza di azioni geniale e dei dialoghi favolosi!
    Insomma, mi sei piaciuta assai. Ma molto. Non che avessi dubbi, ogni tua storia mi è piaciuta. Sei una donna dolce e buona, hai carattere ma sei positiva e questo traspare nei tuoi scritti riuscendo a coinvolgere chi legge senza difficoltà. Magari tutte queste cose possono sembrare comuni o date per certe, ma ti assicuro che non lo sono. Ergo, sono molto felice che partecipi sempre a tutte le balzane idee che ci vengono in testa e sono contenta se in qualche modo ne trai vantaggio per te, perchè per quanto mi riguarda, o ci riguarda, noi traiamo vantaggio dal leggerti e ti apprezziamo molto.
    Brava Deni!!!!

    -Sparv-

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    1. amòòòòò! me so sbajata!!! hahahaahahahahahahaahahahah! allora, innanzitutto i punti sono 3 e non 2 e poi volevo scrivere MAI PATETICA, non ma patetica! hahahahahahahaahahahah!!! mi è saltata la i!!! vaffanculo a me!!!

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    2. Laura mi hai commosso!! Mi hai fatto una valanga di complimenti, non so che dire... Mi fa un piacere che neanche immagini sapere che piace quello che scrivo. Ho iniziato a scrivere grazie a te, a voi, a questo gruppo e le tue parole sono per me un grande stimolo a continuare. Sei davvero un tesoro, una motivatrice eccezionale! Grazie mille, di cuore! <3

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  4. Hai aperto le danze in questa avventura di "Una pagina al giorno" in maniera egregia.
    La tua storia è molto carina e delicata, scritta correttamente e con buona proprietà di linguaggio. Hai mantenuto molti riferimenti ai libri che hanno scatenato tutto questo delirio intorno a Edward e Bella, e questo mi è piaciuto.
    Come dice Laura, sei cresciuta tantissimo e questa è cosa positiva sia per te che scrivi, che per noi che leggiamo. Perciò ti do appuntamento alla prossima iniziativa delle admin per leggere ancora qualcosa di tuo.
    Brava e grazie per aver fatto da apripista... io mi sarei cagata sotto dalla paura!!!

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    1. Paola, mi son cagata sotto anche io, sai? :) Ma da un lato, iniziare per prima, ti fa temere un po' meno il confronto :p
      Mi fa davvero molto piacere che mi vediate migliorata, ce la metto tutta!

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  5. Grande Denise!
    Inizio dicendo anche io che non adoro particolarmente il genere da te scelto, ovvero le storie degli adolescenti, le descrizioni da ambiente scolastico, la scenografia familiare dei vari genitori che rientrano, sorprendono, comprendono, rimproverano, consigliano... Non so spiegarti bene il perché, ma forse solo li sento troppo lontani da me e quindi li fuggo...o forse perché in quel periodo ricordo tanta confusione che proprio non avrei potuto provare il grande amore, era tutto passione per qualunque cosa, amicizia, hobby, materie scolastiche, ragazzini... Un mese uno e il mese dopo un altro...
    Raramente mi sono piaciuti libri con questi argomenti, è successo con Easy ad esempio, dove, e non è un caso, il protagonista ha un comportamento e un pensiero decisamente adulti e maturi, come il tuo.
    Chi fa la differenza alla fine, è sempre il protagonista. Un maschio che sa quello che vuole e come andarselo a prendere.
    Brava!
    Alla prossima avventura!
    Cristina l'altra

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    1. Ahahahah! "Cristina l'altra", mi fai morire!! Da un lato, l'ambientazione scolastica non piace particolarmente neanche a me, perché la vedo troppo diversa dal mio modo di vedere le cose. Il ricordo che ho io di quel periodo è che, per certe cose, ho dovuto crescere troppo in fretta, quindi i ragazzini faccio fatica a capirli. Però, a volte, alcune storie mi vengono così, con quell'età, e usare personaggi più "adulti" non renderebbe come vorrei.
      Mi fa quindi molto piacere che ti sia piaciuta!

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  6. Finalmente commento anche io.
    Malgrado la mia veneranda età, ho letto parecchie fiction ambientate nelle scuole superiori, trovandone alcune davvero intriganti e carine. Ammetto che in effetti mi era possibile goderne proprio per la ragione che ha esposto Christine. Di regola i personaggi avevano caratteristiche più adulte rispetto all’adolescente medio.
    Diciamo che sono solita a lasciarmi andare e sospendere il giudizio critico, quindi alla fine questi Edward un po’ adultizzati non mi fanno mai storcere il naso, anzi. Io stessa ho goduto come una caimana a scrivere a suo tempo di un Edward adolescente e leggendario! eheheheheheh!!
    Anche a me sei piaciuta tanto. Ti trovo una delle “nuove leve” più promettenti. E ho notato che stai trovando sempre maggior equilibrio in ciò che scrivi.
    Quindi grazie per averci donato questa storia e spero di vederti con una long tutta tua e senza limiti di spazio come in questa iniziativa!

    Cristina.

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    1. Oddio, se me lo ricordo quel tuo Edward! <3 Anche io ho goduto come una caimana nel leggerne le gesta!
      Grazie mille per i complimenti, sono apprezzatissimi!!

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  7. Causa cronica mancanza di tempo avevo sospeso la lettura, ma ora ho recuperato.
    E’ una storia fresca, che racconta la storia normale tra due adolescenti che si conoscono, si piacciono e scoprono che esistono sentimenti che non ti spieghi razionalmente ma ti travolgono, ti fanno vedere il mondo in una prospettiva diversa. Edward rivela dei tratti di dolcezza e fragilità inaspettati (nella delicatezza e rispetto con cui tratta Bella e nella commozione con cui accoglie l’anello di sua madre), ma nello stesso tempo conserva una notevole carica sensuale. Molto divertente il finale che mostra come per gli adolescenti gli adulti risultino spesso dei marziani privi di sessualità e sentimenti, salvo poi scoprire che sono esseri umani con le stesse pulsioni che fanno agire i loro figli. Alla prossima.

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