BROKEN SOUL
CONSUELO GELLINI
Capitolo 1
Prometto che questa sarà l’ultima volta che varcherò il suo portone.
L’ultima volta che mi renderò ridicola. L’ultima volta che gli permetterò di ferirmi. Perché so che lo farà.
Io glielo lascerò fare. Ancora una volta. Non ho armi contro di lui.
Mento.
Stavolta ne ho una. Forse la userò. Forse lo ferirò e lo lascerò grondare dolore dalle mille lacerazioni interne, così potrà capire il male che mi ha fatto portandomi fino a questo punto.
Inspiro a fondo e, contrariamente al solito, mi sento pronta. Forte.
Per una e un’unica volta sarò io a tirare la prima scoccata. A lasciarlo senza fiato.
Ho un unico colpo. Devo mirare al cuore. Lo voglio annientato quando chiuderò la porta alle mie spalle per non vederlo mai più.
Non posso stare male solo io. Non è giusto.
“Apri” invio un messaggio dal mio cellulare al suo. Non lo chiamo, non voglio sentire la sua voce.
E poi questo è il rituale usato per tutti i nostri incontri clandestini, fin dall’inizio.
Mentre aspetto che il cancello si apra osservo distrattamente il panorama attorno al suo appartamento. Un cantiere sta da mesi tirando su le fondamenta di un nuovo condominio. L’ho visto praticamente nascere. C’è fango dappertutto e continua a piovere. Ho il cappuccio sollevato, ed è assurdo che io non lo faccia per paura di essere scoperta. Non ho mai temuto di essere vista perché nessuno potrebbe immaginare di trovarmi in un posto così lontano dalla mia quotidianità.
E poi, dopo tutto, io sono la brava ragazza, la moglie devota e la donna perfetta e senza macchia, giusto?
Scopro un ghigno sulle mie labbra e mi chiedo che cosa ho fatto, che cosa sto facendo e soprattutto chi sono.
Se fossi stata quella che credevo, quella che tutti credevano, avrei dovuto fare altre scelte. Avrei dovuto scappare da lui. Da tutto questo. Da subito. Finché ero in tempo.
Eppure non l’ho fatto. E non mi è neanche passato per l’anticamera del cervello di rinunciare a lui.
Fino ad ora.
Ho scelto oggi non a caso per compiere il nostro destino. Sarà un giorno che ricorderò per sempre. Ogni singolo anno che passerà senza di lui al mio fianco.
E’ il mio compleanno e lui nemmeno se ne ricorderà.
Ho un marito a casa che mi ha svegliata con la colazione a letto e una rosa rossa. Ha chiesto in cambio solo un casto bacio, nulla di più prima di andare al lavoro.
Come sempre, del resto.
Stasera mi porterà a cena in un romantico e rinomato ristorante che gli costerà un botto.
Tutte cose che non merito. E che non mi interessano nemmeno.
Quello che voglio davvero mi è negato. E tuttora non mi arrendo all’evidenza, a quanto pare.
Ecco perché sono qui, davanti a questo portone, nonostante tutto. Nonostante lui non lo meriti. Non meriti nemmeno di sapere.
E, stupida che non sono altro, mi ritrovo ancora una volta in balia delle emozioni e della voglia di incontrare i suoi occhi.
Le sue mani. Lui.
Mi illudo con l’idea assolutamente fasulla che non sarei qui se non avessi saputo dell’incidente.
Certo non me l’ha detto lui di sua spontanea volontà.
Ma si sa, lui con me non parla. Lui con me non si racconta più. Lui con me fa solo quello che gli fa più comodo. Gioca. E io lo lascio fare. Stupida.
Il clic metallico mi avvisa che posso entrare.
Inspiro a fondo per trovare la forza di fare quello che devo fare una volta che me lo troverò davanti.
Lo lascerò. Devo farla finita con questa follia che non porta a niente.
E tutto sommato, non credo alla fine gli darò altro di me.
Al resto, a tutto il resto, ci penserò dopo.
Da sola.
Come sempre.
L’ultima volta che mi renderò ridicola. L’ultima volta che gli permetterò di ferirmi. Perché so che lo farà.
Io glielo lascerò fare. Ancora una volta. Non ho armi contro di lui.
Mento.
Stavolta ne ho una. Forse la userò. Forse lo ferirò e lo lascerò grondare dolore dalle mille lacerazioni interne, così potrà capire il male che mi ha fatto portandomi fino a questo punto.
Inspiro a fondo e, contrariamente al solito, mi sento pronta. Forte.
Per una e un’unica volta sarò io a tirare la prima scoccata. A lasciarlo senza fiato.
Ho un unico colpo. Devo mirare al cuore. Lo voglio annientato quando chiuderò la porta alle mie spalle per non vederlo mai più.
Non posso stare male solo io. Non è giusto.
“Apri” invio un messaggio dal mio cellulare al suo. Non lo chiamo, non voglio sentire la sua voce.
E poi questo è il rituale usato per tutti i nostri incontri clandestini, fin dall’inizio.
Mentre aspetto che il cancello si apra osservo distrattamente il panorama attorno al suo appartamento. Un cantiere sta da mesi tirando su le fondamenta di un nuovo condominio. L’ho visto praticamente nascere. C’è fango dappertutto e continua a piovere. Ho il cappuccio sollevato, ed è assurdo che io non lo faccia per paura di essere scoperta. Non ho mai temuto di essere vista perché nessuno potrebbe immaginare di trovarmi in un posto così lontano dalla mia quotidianità.
E poi, dopo tutto, io sono la brava ragazza, la moglie devota e la donna perfetta e senza macchia, giusto?
Scopro un ghigno sulle mie labbra e mi chiedo che cosa ho fatto, che cosa sto facendo e soprattutto chi sono.
Se fossi stata quella che credevo, quella che tutti credevano, avrei dovuto fare altre scelte. Avrei dovuto scappare da lui. Da tutto questo. Da subito. Finché ero in tempo.
Eppure non l’ho fatto. E non mi è neanche passato per l’anticamera del cervello di rinunciare a lui.
Fino ad ora.
Ho scelto oggi non a caso per compiere il nostro destino. Sarà un giorno che ricorderò per sempre. Ogni singolo anno che passerà senza di lui al mio fianco.
E’ il mio compleanno e lui nemmeno se ne ricorderà.
Ho un marito a casa che mi ha svegliata con la colazione a letto e una rosa rossa. Ha chiesto in cambio solo un casto bacio, nulla di più prima di andare al lavoro.
Come sempre, del resto.
Stasera mi porterà a cena in un romantico e rinomato ristorante che gli costerà un botto.
Tutte cose che non merito. E che non mi interessano nemmeno.
Quello che voglio davvero mi è negato. E tuttora non mi arrendo all’evidenza, a quanto pare.
Ecco perché sono qui, davanti a questo portone, nonostante tutto. Nonostante lui non lo meriti. Non meriti nemmeno di sapere.
E, stupida che non sono altro, mi ritrovo ancora una volta in balia delle emozioni e della voglia di incontrare i suoi occhi.
Le sue mani. Lui.
Mi illudo con l’idea assolutamente fasulla che non sarei qui se non avessi saputo dell’incidente.
Certo non me l’ha detto lui di sua spontanea volontà.
Ma si sa, lui con me non parla. Lui con me non si racconta più. Lui con me fa solo quello che gli fa più comodo. Gioca. E io lo lascio fare. Stupida.
Il clic metallico mi avvisa che posso entrare.
Inspiro a fondo per trovare la forza di fare quello che devo fare una volta che me lo troverò davanti.
Lo lascerò. Devo farla finita con questa follia che non porta a niente.
E tutto sommato, non credo alla fine gli darò altro di me.
Al resto, a tutto il resto, ci penserò dopo.
Da sola.
Come sempre.
Capitolo 2
EPOV
La scorgo da dietro la tenda e la osservo mentre parcheggia l’auto.
Scende con grazia e si sistema il cappuccio nascondendo i lunghi capelli e il suo bel viso, ma io riesco lo stesso a vederle le labbra.
E’ stata la prima cosa che ho notato di lei. Labbra soffici e rosse di natura, labbra invitanti che quando le baci non riesci a non appropriartene appieno. Diventano un tutt’uno con te.
Ricordo benissimo la prima volta in cui le sfiorai.
Stava ridendo per qualche sciocchezza che avevo detto e fu puro istinto. Mi avvicinai, con una mano le accarezzai la guancia, trasferii la presa sulla sua nuca e la portai contro di me. In un attimo, senza darle il tempo di capire, senza darle il tempo di pensare. Perché sapevo che mi avrebbe detto di no. Forse.
Così accettò. E mi baciò. Mi baciò forte. Come non ricordavo si potesse fare.
E da quel bacio non si tornò più indietro.
Mentre ripenso a quel momento e ai tanti in cui l’ho sfiorata e posseduta, sento immediatamente montare la voglia di farla ancora mia. Sono malato di lei, è questa la verità.
Da settimane tento di anestetizzare il cuore e cerco di convincerlo che non può innamorarsi. Non di lei. Anzi di nessuna.
Ma non serve a un cazzo.
Ha ripreso inaspettatamente a battere e riporta a galla il pensiero di lei ogni cazzo di minuto al giorno. E non lo credevo possibile.
Ho giocato a fare il forte. Non l’ho cercata. Ma ogni santissima sera prima di addormentarmi le scrivevo la buonanotte. Ogni sera cancellavo il messaggio senza inviarlo.
Mi ero imposto di troncare la nostra storia. Mi ero imposto di lasciarla alla sua vita. Alla sua vita felice.
Poi l’incidente. Poi il suo messaggio. Poi ho dovuto dirglielo. Con lei non riesco a tenermi le cose dentro.
Tranne una.
Quello che davvero provo non uscirà mai dalla mia bocca. Non trasparirà mai dalle mie gesta.
Neanche morto.
Scende con grazia e si sistema il cappuccio nascondendo i lunghi capelli e il suo bel viso, ma io riesco lo stesso a vederle le labbra.
E’ stata la prima cosa che ho notato di lei. Labbra soffici e rosse di natura, labbra invitanti che quando le baci non riesci a non appropriartene appieno. Diventano un tutt’uno con te.
Ricordo benissimo la prima volta in cui le sfiorai.
Stava ridendo per qualche sciocchezza che avevo detto e fu puro istinto. Mi avvicinai, con una mano le accarezzai la guancia, trasferii la presa sulla sua nuca e la portai contro di me. In un attimo, senza darle il tempo di capire, senza darle il tempo di pensare. Perché sapevo che mi avrebbe detto di no. Forse.
Così accettò. E mi baciò. Mi baciò forte. Come non ricordavo si potesse fare.
E da quel bacio non si tornò più indietro.
Mentre ripenso a quel momento e ai tanti in cui l’ho sfiorata e posseduta, sento immediatamente montare la voglia di farla ancora mia. Sono malato di lei, è questa la verità.
Da settimane tento di anestetizzare il cuore e cerco di convincerlo che non può innamorarsi. Non di lei. Anzi di nessuna.
Ma non serve a un cazzo.
Ha ripreso inaspettatamente a battere e riporta a galla il pensiero di lei ogni cazzo di minuto al giorno. E non lo credevo possibile.
Ho giocato a fare il forte. Non l’ho cercata. Ma ogni santissima sera prima di addormentarmi le scrivevo la buonanotte. Ogni sera cancellavo il messaggio senza inviarlo.
Mi ero imposto di troncare la nostra storia. Mi ero imposto di lasciarla alla sua vita. Alla sua vita felice.
Poi l’incidente. Poi il suo messaggio. Poi ho dovuto dirglielo. Con lei non riesco a tenermi le cose dentro.
Tranne una.
Quello che davvero provo non uscirà mai dalla mia bocca. Non trasparirà mai dalle mie gesta.
Neanche morto.
Ma intanto apro la porta e aspetto di sentire il suo profumo.
BPOV
Salgo le scale mantenendo gli occhi a terra.
Mi concentro sul respiro. Sulle parole che dovrò in qualche modo far uscire dalla mia bocca. Possibilmente in modo credibile. Possibilmente senza incespicare.
Quando volto l’angolo me lo trovo all’improvviso davanti. Mi aspetta sul pianerottolo, nonostante la pioggia. Non era mai successo, nemmeno nelle giornate di sole testimoni dei nostri incontri.
Di solito mi lasciava la porta aperta e lo trovavo seduto sul divano ad aspettarmi.
Vuoi per discrezione, vuoi per non darmi l’importanza che invece so di meritare.
Sobbalzo quando sfioro con la testa il suo torace teso.
«Non sono un fantasma» mi schernisce la sua voce.
Sorrido, ma non con gli occhi. Sarebbe chiedere davvero troppo a me stessa.
Alzo lo sguardo e trovo il suo volto pieno di lividi ed escoriazioni.
Non me l’aspettavo così, maledizione. Aveva detto “solo qualche botta, niente di che”.
Invece sembra reduce da un pestaggio dei migliori film polizieschi.
Avrei voglia di accarezzarlo, leccare e baciare ogni singolo taglio. Ogni singolo colpo. Ma so che non posso.
E, soprattutto, so che non devo.
«Un fantasma no, ma mezzo morto si» ribatto alzando un sopracciglio e tentando di camuffare l’emozione nella voce.
Nonostante sia febbraio, indossa la solita maglietta nera a maniche corte e i pantaloni grigi della tuta.
Con uno scatto fulmineo la mente mi rimanda alcuni flashback delle mie mani impegnate a sfilargliela per poi posizionarsi sul suo petto perfetto, liscio e duro.
Posso sentire la sua pelle sotto le mie dita. Posso vedere i suoi nei sparsi come preziose perle sulle corpose spalle. Posso inspirare il suo odore.
E sono ancora ferma sul pianerottolo sotto la pioggia battente.
Lui è entrato in casa e non ho avuto nemmeno la lucidità di seguirlo.
Malissimo. Sono messa malissimo.
Mi concentro sul respiro. Sulle parole che dovrò in qualche modo far uscire dalla mia bocca. Possibilmente in modo credibile. Possibilmente senza incespicare.
Quando volto l’angolo me lo trovo all’improvviso davanti. Mi aspetta sul pianerottolo, nonostante la pioggia. Non era mai successo, nemmeno nelle giornate di sole testimoni dei nostri incontri.
Di solito mi lasciava la porta aperta e lo trovavo seduto sul divano ad aspettarmi.
Vuoi per discrezione, vuoi per non darmi l’importanza che invece so di meritare.
Sobbalzo quando sfioro con la testa il suo torace teso.
«Non sono un fantasma» mi schernisce la sua voce.
Sorrido, ma non con gli occhi. Sarebbe chiedere davvero troppo a me stessa.
Alzo lo sguardo e trovo il suo volto pieno di lividi ed escoriazioni.
Non me l’aspettavo così, maledizione. Aveva detto “solo qualche botta, niente di che”.
Invece sembra reduce da un pestaggio dei migliori film polizieschi.
Avrei voglia di accarezzarlo, leccare e baciare ogni singolo taglio. Ogni singolo colpo. Ma so che non posso.
E, soprattutto, so che non devo.
«Un fantasma no, ma mezzo morto si» ribatto alzando un sopracciglio e tentando di camuffare l’emozione nella voce.
Nonostante sia febbraio, indossa la solita maglietta nera a maniche corte e i pantaloni grigi della tuta.
Con uno scatto fulmineo la mente mi rimanda alcuni flashback delle mie mani impegnate a sfilargliela per poi posizionarsi sul suo petto perfetto, liscio e duro.
Posso sentire la sua pelle sotto le mie dita. Posso vedere i suoi nei sparsi come preziose perle sulle corpose spalle. Posso inspirare il suo odore.
E sono ancora ferma sul pianerottolo sotto la pioggia battente.
Lui è entrato in casa e non ho avuto nemmeno la lucidità di seguirlo.
Malissimo. Sono messa malissimo.
Capitolo 3
Lo raggiungo all’interno e lo vedo mentre, zoppicando, si avvicina al divano e vi si accascia stancamente.
Colgo una debolezza in lui che non avevo mai visto. Che non mi aveva mai permesso di vedere.
Allora, forse, è un essere umano. Fragile come tutti.
"No, non lo è". Mi avvisa la coscienza. "Lo sai che non è così."
Colgo una debolezza in lui che non avevo mai visto. Che non mi aveva mai permesso di vedere.
Allora, forse, è un essere umano. Fragile come tutti.
"No, non lo è". Mi avvisa la coscienza. "Lo sai che non è così."
«Vieni qui» mi invita battendo la mano sul cuscino accanto a lui.
Sono troppo debole di carattere per dirgli di no e sedermi su una sedia del tavolo a poca distanza. Cosa che mi garantirebbe un minimo di distacco. Un minimo di resistenza.
Tolgo il cappotto umido e appoggio sul tavolo la crostata che gli ho portato. So che gli piace. Quante volte l’ho visto divorarla mentre con gli occhi divorava me.
Non dovevo portarla oggi. Non se lo merita. Tante cose non devo fare per lui. Eppure le faccio. Non imparerò mai.
E mi sta bene, poi, di soffrire.
Mi avvicino al divano e mi siedo accanto all’uomo che ha distrutto la mia vita e ancora non lo sa.
Lui non mi ha mai chiesto, né promesso niente. Eppure io lo volevo. Volevo che lo facesse con tutte le mie forze.
Certe volte mi è sembrato di leggere nei suoi occhi il nostro futuro insieme. E Dio solo sa quante volte la sera, prima di addormentarmi, immaginavo il nostro domani. Domani che il più delle volte iniziava con un roco ti amo ansimato all’apice del reciproco piacere.
Sogni, solo sogni di una bambina ormai troppo cresciuta.
Sono troppo debole di carattere per dirgli di no e sedermi su una sedia del tavolo a poca distanza. Cosa che mi garantirebbe un minimo di distacco. Un minimo di resistenza.
Tolgo il cappotto umido e appoggio sul tavolo la crostata che gli ho portato. So che gli piace. Quante volte l’ho visto divorarla mentre con gli occhi divorava me.
Non dovevo portarla oggi. Non se lo merita. Tante cose non devo fare per lui. Eppure le faccio. Non imparerò mai.
E mi sta bene, poi, di soffrire.
Mi avvicino al divano e mi siedo accanto all’uomo che ha distrutto la mia vita e ancora non lo sa.
Lui non mi ha mai chiesto, né promesso niente. Eppure io lo volevo. Volevo che lo facesse con tutte le mie forze.
Certe volte mi è sembrato di leggere nei suoi occhi il nostro futuro insieme. E Dio solo sa quante volte la sera, prima di addormentarmi, immaginavo il nostro domani. Domani che il più delle volte iniziava con un roco ti amo ansimato all’apice del reciproco piacere.
Sogni, solo sogni di una bambina ormai troppo cresciuta.
Sono passate quasi due settimane dall’ultima volta in cui sono stata qui dentro. Vicina, vicinissima a lui.
Incastrata a lui.
Poi non mi ha più cercata. E io nemmeno.
Fino a ieri.
Ho voluto mandargli un messaggio per augurargli buon viaggio dal momento che sapevo sarebbe partito qualche giorno per lavoro. In realtà qualsiasi scusa mi sarebbe andata bene per poter avere un misero contatto con lui, anche solo via messaggio. Stavo impazzendo.
Mi mancava l’aria senza sapere niente di lui. Ogni giorno di più.
Incastrata a lui.
Poi non mi ha più cercata. E io nemmeno.
Fino a ieri.
Ho voluto mandargli un messaggio per augurargli buon viaggio dal momento che sapevo sarebbe partito qualche giorno per lavoro. In realtà qualsiasi scusa mi sarebbe andata bene per poter avere un misero contatto con lui, anche solo via messaggio. Stavo impazzendo.
Mi mancava l’aria senza sapere niente di lui. Ogni giorno di più.
Quando mi ha risposto che non sarebbe partito perché era stato vittima di un incidente d’auto mi sono sentita morire.
Quando mi ha mandato la foto della sua macchina ridotta ad un ammasso di lamiere il groppo in gola l’ha fatta da padrone e non ho capito più niente.
Ho iniziato a tempestarlo di domande e a spingere per poter passare da lui. Patetica.
Sarebbe potuto morire e io, forse, lo avrei saputo dai giornali. O da voci di paese. O per niente.
Per il mondo, per tutto il resto del mondo, io e lui nemmeno ci conosciamo.
E’ stato in quel preciso istante che ho capito che non potevo né dovevo andare avanti così.
E ne ho avuto la conferma il giorno dopo quando ho scoperto quello che non avrei mai dovuto scoprire.
Quando mi ha mandato la foto della sua macchina ridotta ad un ammasso di lamiere il groppo in gola l’ha fatta da padrone e non ho capito più niente.
Ho iniziato a tempestarlo di domande e a spingere per poter passare da lui. Patetica.
Sarebbe potuto morire e io, forse, lo avrei saputo dai giornali. O da voci di paese. O per niente.
Per il mondo, per tutto il resto del mondo, io e lui nemmeno ci conosciamo.
E’ stato in quel preciso istante che ho capito che non potevo né dovevo andare avanti così.
E ne ho avuto la conferma il giorno dopo quando ho scoperto quello che non avrei mai dovuto scoprire.
Continuo a guardarlo mentre ha gli occhi lividi chiusi e la testa abbandonata sullo schienale del divano. La mano graffiata pigramente appoggiata sulla mia coscia.
Mi legge nel pensiero, come spesso accadeva all'inizio.
«Non chiedermi come è successo. A dire il vero non lo so. Un attimo prima guidavo, un attimo dopo il mio pensiero è andato altrove e subito dopo mi sono trovato stretto in una morsa con dolori ovunque» spiega fissandomi.
Mi trattengo dal chiedergli dove era andato il suo pensiero in quel momento per portarlo così lontano dalla strada.
«Mi dispiace tanto» gli dico.
Ed è la verità. Mi dispiace per tutto. Per lui. Per me. Per noi.
«Lo so» la sua mano sale delicatamente sulla mia guancia.
Le sue labbra sfiorano le mie.
E, nonostante il mio cuore stia cercando di uscire dal petto per entrare nel suo, non rispondo al bacio.
E’ la prima volta che lo faccio. Non ho mai potuto fare a meno di accoglierlo dentro di me, fin da quella prima volta in cui, d’improvviso ed inaspettatamente, mi sono trovata la sua bocca sulle labbra. Ma ora tutto è diverso. Tutto.
Si scosta, stupito. Restiamo infiniti attimi a fissarci.
Una lotta di volontà. Una lotta di sguardi.
E vince lui. Maledizione, vince lui. Anche stavolta.
Ma sarà l’ultima. Giuro.
Mi legge nel pensiero, come spesso accadeva all'inizio.
«Non chiedermi come è successo. A dire il vero non lo so. Un attimo prima guidavo, un attimo dopo il mio pensiero è andato altrove e subito dopo mi sono trovato stretto in una morsa con dolori ovunque» spiega fissandomi.
Mi trattengo dal chiedergli dove era andato il suo pensiero in quel momento per portarlo così lontano dalla strada.
«Mi dispiace tanto» gli dico.
Ed è la verità. Mi dispiace per tutto. Per lui. Per me. Per noi.
«Lo so» la sua mano sale delicatamente sulla mia guancia.
Le sue labbra sfiorano le mie.
E, nonostante il mio cuore stia cercando di uscire dal petto per entrare nel suo, non rispondo al bacio.
E’ la prima volta che lo faccio. Non ho mai potuto fare a meno di accoglierlo dentro di me, fin da quella prima volta in cui, d’improvviso ed inaspettatamente, mi sono trovata la sua bocca sulle labbra. Ma ora tutto è diverso. Tutto.
Si scosta, stupito. Restiamo infiniti attimi a fissarci.
Una lotta di volontà. Una lotta di sguardi.
E vince lui. Maledizione, vince lui. Anche stavolta.
Ma sarà l’ultima. Giuro.
Mi avvicino e non aspetta nemmeno un secondo per prendermi per la nuca e schiacciarmi contro le sue labbra.
Le nostre lingue si accarezzano disperate. Le sue dita premono forte, sono incollata al suo corpo e alla sua anima.
Lui ha il potere di farmi perdere il senso della ragione. Di farmi dimenticare chi sono. Cosa dovrei fare. E non fare.
Lo scavalco con una gamba e mi siedo in braccio senza far perdere il contatto alle nostre bocche.
Sento un gemito soffocato provenire dal suo petto. Temo di avergli fatto male.
Sono tentata di rialzarmi e liberarlo dal mio peso, ma le sue mani si avvinghiamo ai miei fianchi e non mi danno scelta.
Muove il bacino in una carezza sensuale che risveglia tutti i miei istinti.
Rispondo al movimento ansimando.
Tutti i miei propositi cancellati in un attimo.
Un’ultima volta. Lo voglio un’ultima volta.
Danziamo insieme assaporando il contatto dei nostri inguini ancora coperti da fastidiosa stoffa.
Lo bacio sul collo. Accarezzo con la lingua le sue orecchie. So che lo fa impazzire sentire il mio respiro accelerato.
Infatti mugola. E spinge più forte.
Siamo completamente vestiti ma è come se mi fosse già dentro.
Lui è sempre dentro. Sempre.
Anche quando non c’è.
Anche quando non ci sarà più.
Le nostre lingue si accarezzano disperate. Le sue dita premono forte, sono incollata al suo corpo e alla sua anima.
Lui ha il potere di farmi perdere il senso della ragione. Di farmi dimenticare chi sono. Cosa dovrei fare. E non fare.
Lo scavalco con una gamba e mi siedo in braccio senza far perdere il contatto alle nostre bocche.
Sento un gemito soffocato provenire dal suo petto. Temo di avergli fatto male.
Sono tentata di rialzarmi e liberarlo dal mio peso, ma le sue mani si avvinghiamo ai miei fianchi e non mi danno scelta.
Muove il bacino in una carezza sensuale che risveglia tutti i miei istinti.
Rispondo al movimento ansimando.
Tutti i miei propositi cancellati in un attimo.
Un’ultima volta. Lo voglio un’ultima volta.
Danziamo insieme assaporando il contatto dei nostri inguini ancora coperti da fastidiosa stoffa.
Lo bacio sul collo. Accarezzo con la lingua le sue orecchie. So che lo fa impazzire sentire il mio respiro accelerato.
Infatti mugola. E spinge più forte.
Siamo completamente vestiti ma è come se mi fosse già dentro.
Lui è sempre dentro. Sempre.
Anche quando non c’è.
Anche quando non ci sarà più.
Capitolo 4
«Dio come mi sei mancata Bella …» sussurra mentre mi stringe i fianchi.
Sento le sue dita vagare prepotenti sul mio corpo quasi a voler imprimere le impronte digitali sulla mia pelle.
Mi piace l’idea di essere marchiata da lui. Mi piace l’idea che voglia sentirmi completamente sua.
Sono così debole tra le sue mani.
E’ sempre stato così con lui. Può fare di me ciò che vuole, non ho modo di liberarmi dalla sua stretta.
Sento le sue dita vagare prepotenti sul mio corpo quasi a voler imprimere le impronte digitali sulla mia pelle.
Mi piace l’idea di essere marchiata da lui. Mi piace l’idea che voglia sentirmi completamente sua.
Sono così debole tra le sue mani.
E’ sempre stato così con lui. Può fare di me ciò che vuole, non ho modo di liberarmi dalla sua stretta.
Vorrei rispondergli che anche a me è mancato, che mi manca ogni singolo giorno, ogni singolo attimo in cui non è con me.
Vorrei rispondergli che non voglio più stargli lontana, che non me ne andrò più, se lui mi vorrà al suo fianco.
Ma non dico niente. So perfettamente che non sono le cose che vuole sentirsi dire.
Allora non mi resta che incollare ancora una volta la bocca alla sua e tirare forte i suoi splendidi e scompigliati capelli per fargli sentire tutta la voglia che ho di lui. Di noi insieme.
Vorrei rispondergli che non voglio più stargli lontana, che non me ne andrò più, se lui mi vorrà al suo fianco.
Ma non dico niente. So perfettamente che non sono le cose che vuole sentirsi dire.
Allora non mi resta che incollare ancora una volta la bocca alla sua e tirare forte i suoi splendidi e scompigliati capelli per fargli sentire tutta la voglia che ho di lui. Di noi insieme.
«Ho avuto paura di non farcela l’altra notte durante il cappottamento …» la sua voce rotta mi gela «ho avuto paura di non poterti rivedere … che non avresti saputo niente di me che …»
«Shh» lo tranquillizzo scostandomi dalle sue labbra e accarezzandogli i capelli.
Chiude gli occhi e appoggia la fronte sul mio petto, ora coperto solo dal reggiseno, lasciandosi cullare.
Forse allora c’è una speranza per noi.
Forse allora non è tutto perduto.
«Edward» richiamo la sua attenzione con voce morbida.
Quella che pensavo di non avere più per lui.
«Shh» lo tranquillizzo scostandomi dalle sue labbra e accarezzandogli i capelli.
Chiude gli occhi e appoggia la fronte sul mio petto, ora coperto solo dal reggiseno, lasciandosi cullare.
Forse allora c’è una speranza per noi.
Forse allora non è tutto perduto.
«Edward» richiamo la sua attenzione con voce morbida.
Quella che pensavo di non avere più per lui.
Alza lo sguardo e nei suoi occhi vedo una luce diversa. Sembra pieno di aspettative e privo di argini.
Allora mi butto, prendo coraggio e gli dico quello che non avrei mai pensato di potergli dire.
«Edward, io sono qui. E non voglio andarmene più» continua a fissarmi.
Proseguo «quando mi hai detto dell’incidente mi sono sentita morire e non voglio più rischiare di non essere messa a conoscenza delle cose che ti succedono …»
Perché vedo i suoi occhi smarriti ora? Perché non rispondono a quello che gli sto dicendo come dovrebbero?
«Bella fermati, non continuare …»
Merda, lo sapevo.
«No Edward, ormai non posso più fermarmi» ha ragione; dovrei davvero interrompere il discorso e la nostra storia in questo preciso istante, se avessi un minimo di dignità.
Ma non lo faccio.
Sono cocciuta e voglio farmi male fino in fondo.
«Sono andata troppo oltre Edward. Io ora voglio di più …»
Sospira rumorosamente come se lo avessi colpito forte.
Ferita sopra ferita.
«Bella … Bella … Bella … cazzo! Lo sapevo che sarebbe arrivato questo momento con te. Lo sapevo maledizione …»
Allora mi butto, prendo coraggio e gli dico quello che non avrei mai pensato di potergli dire.
«Edward, io sono qui. E non voglio andarmene più» continua a fissarmi.
Proseguo «quando mi hai detto dell’incidente mi sono sentita morire e non voglio più rischiare di non essere messa a conoscenza delle cose che ti succedono …»
Perché vedo i suoi occhi smarriti ora? Perché non rispondono a quello che gli sto dicendo come dovrebbero?
«Bella fermati, non continuare …»
Merda, lo sapevo.
«No Edward, ormai non posso più fermarmi» ha ragione; dovrei davvero interrompere il discorso e la nostra storia in questo preciso istante, se avessi un minimo di dignità.
Ma non lo faccio.
Sono cocciuta e voglio farmi male fino in fondo.
«Sono andata troppo oltre Edward. Io ora voglio di più …»
Sospira rumorosamente come se lo avessi colpito forte.
Ferita sopra ferita.
«Bella … Bella … Bella … cazzo! Lo sapevo che sarebbe arrivato questo momento con te. Lo sapevo maledizione …»
No, ti prego. No.
Non dirmi che non puoi.
Non dirmi che non vuoi.
Non dirmi che non puoi.
Non dirmi che non vuoi.
Si che me lo dirà. Lo farà. Merda, lo farà.
Scendo lentamente dalle sue gambe.
Continuo a fissarlo. E lui fissa me. Nessuno dei due parla, eppure sappiamo benissimo quello che i nostri silenzi ci stanno raccontando.
Raccolgo la felpa da terra e la indosso più lentamente del dovuto. Nessuna reazione.
Afferro il cappotto dalla sedia e lo infilo.
Ancora niente.
E’ quando mi volto che finalmente parla.
«Così vuoi rinunciare a tutto? » chiede quasi arrabbiato.
Continuo a fissarlo. E lui fissa me. Nessuno dei due parla, eppure sappiamo benissimo quello che i nostri silenzi ci stanno raccontando.
Raccolgo la felpa da terra e la indosso più lentamente del dovuto. Nessuna reazione.
Afferro il cappotto dalla sedia e lo infilo.
Ancora niente.
E’ quando mi volto che finalmente parla.
«Così vuoi rinunciare a tutto? » chiede quasi arrabbiato.
Cazzo, lui è arrabbiato. Lui! Ma vaffanculo Edward!
«Il mio concetto di tutto è drasticamente diverso dal tuo Edward» ironizzo buttando gli occhi nei suoi.
Si alza di scatto e noto una smorfia di dolore sul viso che tanto amo.
Istintivamente vorrei soccorrerlo, ma so che adesso, tra i due, quella che più ha bisogno di sostegno sono io e, per una volta, mi concentro solo su me stessa. Lui è forte, lui può farcela.
Ma io?
«Noi siamo tutto Bella. Tu ed io.»
Mi viene da ridere a sentire quelle parole. T
Tu ed io.
Tu ed io.
«Edward. Ci sei tu. Ci sono io. Non c’è nessuna congiunzione tra di noi. Non c’è niente tra di noi. Ci vedi?» indico nervosamente con una mano i nostri corpi immobili l’uno di fronte all’altro.
La voce sempre più alterata «ci vedi maledizione? E’ un anno che andiamo avanti così. Io non ce la faccio più Edward. O tutto o niente. Vuoi che ci sia un noi? Bene, allora deve essere un noi vero, non solo tra queste mura e solo quando cazzo ne hai voglia tu!» lo sfido avvicinandomi.
Sono molto più piccola di lui. Edward mi sovrasta con i suoi centimetri e i suoi muscoli. Eppure in questo momento so di essere più forte di lui. Più alta di lui. Più giusta di lui.
Non gli darò niente più di questo. Niente di più se ora lui non vorrà tutto.
Si alza di scatto e noto una smorfia di dolore sul viso che tanto amo.
Istintivamente vorrei soccorrerlo, ma so che adesso, tra i due, quella che più ha bisogno di sostegno sono io e, per una volta, mi concentro solo su me stessa. Lui è forte, lui può farcela.
Ma io?
«Noi siamo tutto Bella. Tu ed io.»
Mi viene da ridere a sentire quelle parole. T
Tu ed io.
Tu ed io.
«Edward. Ci sei tu. Ci sono io. Non c’è nessuna congiunzione tra di noi. Non c’è niente tra di noi. Ci vedi?» indico nervosamente con una mano i nostri corpi immobili l’uno di fronte all’altro.
La voce sempre più alterata «ci vedi maledizione? E’ un anno che andiamo avanti così. Io non ce la faccio più Edward. O tutto o niente. Vuoi che ci sia un noi? Bene, allora deve essere un noi vero, non solo tra queste mura e solo quando cazzo ne hai voglia tu!» lo sfido avvicinandomi.
Sono molto più piccola di lui. Edward mi sovrasta con i suoi centimetri e i suoi muscoli. Eppure in questo momento so di essere più forte di lui. Più alta di lui. Più giusta di lui.
Non gli darò niente più di questo. Niente di più se ora lui non vorrà tutto.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
«Bella non posso» conclude abbassando lo sguardo per primo.
Ha mollato.
Ha mollato.
Mi volto, raccolgo anche la borsa appoggiata sul mobile d’ingresso e raggiungo la porta.
Non sento più niente dentro. Né dolore, né rabbia. Solo vuoto. Un vuoto enorme.
Dovrei sentire almeno un briciolo di vita dentro di me.
Dovrei, ma non è così.
Ha mollato.
Ha mollato.
Mi volto, raccolgo anche la borsa appoggiata sul mobile d’ingresso e raggiungo la porta.
Non sento più niente dentro. Né dolore, né rabbia. Solo vuoto. Un vuoto enorme.
Dovrei sentire almeno un briciolo di vita dentro di me.
Dovrei, ma non è così.
Edward con due passi mi raggiunge e con tutto il suo peso blocca la porta quando cerco di aprirla.
Si abbassa e avvicina la bocca al mio orecchio tanto che posso sentire l’umido delle sue labbra.
Il suo petto premuto sulle spalle.
Il respiro pesante. Dolorante.
«Cazzo, Bella. Io l’ho uccisa. Lei si è tolta la vita per colpa mia. Ha spezzato la mia anima. Mi ha portato via tutto. Anche mio figlio. Non posso più amare nessuno. Lo sai benissimo.»
Mi trucida con queste parole sussurrate senza tono, ma con una sofferenza insopportabile.
Si abbassa e avvicina la bocca al mio orecchio tanto che posso sentire l’umido delle sue labbra.
Il suo petto premuto sulle spalle.
Il respiro pesante. Dolorante.
«Cazzo, Bella. Io l’ho uccisa. Lei si è tolta la vita per colpa mia. Ha spezzato la mia anima. Mi ha portato via tutto. Anche mio figlio. Non posso più amare nessuno. Lo sai benissimo.»
Mi trucida con queste parole sussurrate senza tono, ma con una sofferenza insopportabile.
Conosco la sua storia. Me l’ha raccontata la prima volta in cui ci siamo incontrati e abbiamo parlato con il cuore in mano, mossi da una confidenza inaspettata e ingiusta, forse dovuta all’alcool che avevamo in corpo.
Più probabilmente alla somiglianza delle nostre anime che si sono riconosciute all’istante.
Più probabilmente alla somiglianza delle nostre anime che si sono riconosciute all’istante.
Toglie le mani dalla porta liberandomi il passaggio e si allontana. Dal rumore che sento alle mie spalle credo si lasci cadere sul divano.
Non ne ho la certezza perché non distolgo lo sguardo dalla maniglia che stringo in mano.
«Stai commettendo lo stesso errore Edward. Lo stesso identico errore» constato amaramente trattenendo il pianto.
«E’ impossibile. E, comunque, non posso farci niente» ribatte stanco.
«Stavolta nemmeno io.»
Non ne ho la certezza perché non distolgo lo sguardo dalla maniglia che stringo in mano.
«Stai commettendo lo stesso errore Edward. Lo stesso identico errore» constato amaramente trattenendo il pianto.
«E’ impossibile. E, comunque, non posso farci niente» ribatte stanco.
«Stavolta nemmeno io.»
Io sono più stanca di lui.
Apro la porta ed esco di scena.
Capitolo 5
Ho chiamato Alice non so neanche io perché.
Oh, si che lo so invece.
Perché sono un fottuto bastardo. Un fottuto bastardo senza un briciolo di coscienza e morale.
Oh, si che lo so invece.
Perché sono un fottuto bastardo. Un fottuto bastardo senza un briciolo di coscienza e morale.
E, fondamentalmente, perché da venti giorni non vedo e non sento Bella e mi sento costantemente lacerare dall’interno.
Giorno dopo giorno, mentre controllo il cellulare in attesa di un suo messaggio o una sua chiamata, che puntualmente non arrivano, un pezzo del mio cuore e della mia anima, o quel che ne resta, vengono strappati e buttati nel cesso.
Non so quanto potrò andare avanti così.
Devo fare qualcosa per togliermela da dentro.
Da quando la porta del mio appartamento si è chiusa dietro di lei, da quando ho sentito il rumore delle gomme della sua auto sulla ghiaia, da quando sono corso alla finestra e l’ho vista andarsene per sempre, sento una voragine infinita divorarmi dalla mattina alla sera. I pensieri, il cuore, la vita. Tutto.
Credevo di essere nella ragione, credevo che avrei potuto dimenticarla con uno schiocco di dita.
Credevo che nessuna mi avrebbe più fatto stare così male.
Giorno dopo giorno, mentre controllo il cellulare in attesa di un suo messaggio o una sua chiamata, che puntualmente non arrivano, un pezzo del mio cuore e della mia anima, o quel che ne resta, vengono strappati e buttati nel cesso.
Non so quanto potrò andare avanti così.
Devo fare qualcosa per togliermela da dentro.
Da quando la porta del mio appartamento si è chiusa dietro di lei, da quando ho sentito il rumore delle gomme della sua auto sulla ghiaia, da quando sono corso alla finestra e l’ho vista andarsene per sempre, sento una voragine infinita divorarmi dalla mattina alla sera. I pensieri, il cuore, la vita. Tutto.
Credevo di essere nella ragione, credevo che avrei potuto dimenticarla con uno schiocco di dita.
Credevo che nessuna mi avrebbe più fatto stare così male.
Ho provato a stordirmi con le birre, ho provato a tirare pugni ai mobili e ai muri, ho provato a correre fino allo sfinimento, ma lei è sempre lì. Sempre.
L’unico modo che ancora conosco per tentare di strapparmela via di dosso è fottermi un’altra.
Alice è una con cui scopavo anni fa.
Prima di Brie. Prima di avere tutto. Prima di perdere tutto.
Prima di Brie. Prima di avere tutto. Prima di perdere tutto.
Ha continuato a chiamarmi ogni tanto in questi anni per raccontami la sua vita disastrata. Da me ha avuto qualche battuta, qualche sporadico consiglio. Il più delle volte, il silenzio.
Stasera per la prima volta l’ho cercata io e il mio messaggio non credo abbia lasciato dubbi sullo scopo dell’incontro.
Ho deciso di darle appuntamento nel pub dove ho incontrato Bella la prima volta.
Dove le ho raccontato così tante cose di me che neanche lo psicologo che mi ha avuto in cura per anni ha avuto il privilegio di sapere. Non ho idea del perché.
Maledetto me. Maledetta lei, perché è così.
Stasera per la prima volta l’ho cercata io e il mio messaggio non credo abbia lasciato dubbi sullo scopo dell’incontro.
Ho deciso di darle appuntamento nel pub dove ho incontrato Bella la prima volta.
Dove le ho raccontato così tante cose di me che neanche lo psicologo che mi ha avuto in cura per anni ha avuto il privilegio di sapere. Non ho idea del perché.
Maledetto me. Maledetta lei, perché è così.
Siamo seduti sugli sgabelli al banco. Due birre bionde ghiacciate a farci compagnia.
Alice, capelli neri, lunghi e a rasta raccolti in una coda con uno sgargiante foulard, piercing ovunque, naso, bocca, lingua, sopraciglia, tatuaggi in ogni dove, è completamente diversa dalla mia Bella. Completamente.
L’Angelo e il Diavolo.
Era ovvio che io dovessi finire in compagnia di quest’ ultimo.
Alice, capelli neri, lunghi e a rasta raccolti in una coda con uno sgargiante foulard, piercing ovunque, naso, bocca, lingua, sopraciglia, tatuaggi in ogni dove, è completamente diversa dalla mia Bella. Completamente.
L’Angelo e il Diavolo.
Era ovvio che io dovessi finire in compagnia di quest’ ultimo.
Alice parla, parla e parla senza dire niente. O almeno niente di quello che esce da quella bocca mi interessa.
Il mio unico obiettivo è quello di portarla a casa mia e scoparla fino a svenire. Fino a non ricordare più chi sono. Fino a cancellare ogni traccia del corpo e del profumo di Bella su di me.
Il mio unico obiettivo è quello di portarla a casa mia e scoparla fino a svenire. Fino a non ricordare più chi sono. Fino a cancellare ogni traccia del corpo e del profumo di Bella su di me.
L’aria fredda di fine febbraio accarezza la pelle scoperta delle mie braccia quando la porta del locale si apre.
Mi giro d’istinto a vedere chi è quel coglione che la tiene aperta per così tanto tempo.
E’ un gruppo di ragazze quello che sta entrando. Alcune le riconosco, ma i miei occhi non hanno il tempo di studiarle e catalogarle perché si impossessano della figura esile e minuta che le raggiunge con uno scatto e un sorriso.
Cazzo, è lei.
Mi giro d’istinto a vedere chi è quel coglione che la tiene aperta per così tanto tempo.
E’ un gruppo di ragazze quello che sta entrando. Alcune le riconosco, ma i miei occhi non hanno il tempo di studiarle e catalogarle perché si impossessano della figura esile e minuta che le raggiunge con uno scatto e un sorriso.
Cazzo, è lei.
Sta ridendo con una ragazza che evidentemente ha detto qualcosa di divertente.
Avanza. Mi passa talmente vicino che sento l’odore della sua pelle penetrarmi le narici.
Non mi degna neanche di uno sguardo. Non riesco a capire se è una scelta consapevole o se non si è nemmeno accorta di me.
Possibile? Possibile che io vibri appena entra in una stanza e lei non si accorga nemmeno di essere a pochi centimetri da me?
Cosa mi sta succedendo? Cosa le è successo?
Avanza. Mi passa talmente vicino che sento l’odore della sua pelle penetrarmi le narici.
Non mi degna neanche di uno sguardo. Non riesco a capire se è una scelta consapevole o se non si è nemmeno accorta di me.
Possibile? Possibile che io vibri appena entra in una stanza e lei non si accorga nemmeno di essere a pochi centimetri da me?
Cosa mi sta succedendo? Cosa le è successo?
Non riesco a distogliere lo sguardo dal gruppo mentre una dopo l’altra si accomodano ad un tavolo poco distante.
La visuale non è ottima, non la posso vedere. E lei non può vedere me da dove si è seduta.
«Edward, Edward pronto? Vuoi che andiamo?» ammicca Alice evidentemente stufa della mia compagnia distratta e in attesa di iniziare la parte divertente della serata.
«Ancora qualche minuto Alice … altre due per favore» ordino alla cameriera una nuova manche da bere mentre estraggo il cellulare di tasca.
La visuale non è ottima, non la posso vedere. E lei non può vedere me da dove si è seduta.
«Edward, Edward pronto? Vuoi che andiamo?» ammicca Alice evidentemente stufa della mia compagnia distratta e in attesa di iniziare la parte divertente della serata.
«Ancora qualche minuto Alice … altre due per favore» ordino alla cameriera una nuova manche da bere mentre estraggo il cellulare di tasca.
Ora la sistemo io.
Non sai contro chi ti sei messa Bella.
Io per te non posso non esistere più.
VAI IN BAGNO E ASPETTAMI. PORTA IL ROSSETTO PER SISTEMARTI, DOPO.
Scrivo il messaggio e lo invio senza pensarci su troppo. La voglia che ho di lei, delle sue labbra, delle sue mani, dei suoi sospiri mi toglie completamente la lucidità.
E voglio farle sapere che sono qui. Che la vedo. E che lei, in qualche modo, è mia. E non può negarlo.
E voglio farle sapere che sono qui. Che la vedo. E che lei, in qualche modo, è mia. E non può negarlo.
Vedo le sue sottili dita raccogliere il cellulare appoggiato al tavolo, come se stesse aspettando una chiamata. O il mio messaggio. So che ora lo sta leggendo. La mano le trema impercettibilmente prima di iniziare a digitare.
Pochi istanti dopo mi vibrano le chiappe.
Pochi istanti dopo mi vibrano le chiappe.
FOTTITI
Sorrido. La adoro quando fa la dura.
IO FOTTO SOLO TE
Azzardo.
Un secondo. Mi vibra la mano.
Un secondo. Mi vibra la mano.
NON MI PARE DATA LA COMPAGNIA
Allora mi ha visto? Allora di proposito non mi ha rivolto nemmeno un saluto, nemmeno un accenno di sguardo? Come cazzo ha fatto?
VAI IN BAGNO O VENGO LI’ E TI PRENDO SUL TAVOLO
Sono incazzato nero ed eccitato all’estremo, quindi lo farei. Giuro che lo farei. Sarei arrestato per atti osceni in luogo pubblico, ma giuro su Dio che lo farei.
‘Fanculo tutto. ‘Fanculo tutti. ‘Fanculo lei. ‘Fanculo me.
‘Fanculo tutto. ‘Fanculo tutti. ‘Fanculo lei. ‘Fanculo me.
Vibro ancora. Non deve rispondere, deve solo alzarsi e andare in quel cazzo di bagno.
AVANTI. FALLO. SONO QUI.
Lo sa che non sono tipo da non raccogliere una sfida. Lo sa che così mi sta portando al limite della sopportazione. Lo sa perché nessuna mi conosce come lei.
Schiaffo il bicchiere sul bancone dopo aver dato un lungo sorso.
«Scusa Alice, torno subito. Più o meno» lo sguardo fisso sul tavolo delle ragazze.
Non sento la sua risposta, se me ne dà una.
Mi alzo facendo il rumore necessario perché Bella capisca che qualcosa sta succedendo.
Che sto arrivando.
Un istante dopo la vedo alzarsi e avvicinarsi con passo sicuro alla porta del bagno, ancora senza guardarmi.
Vado fuori di testa. Questa mi manda fuori di testa. Ma ha obbedito. Mi rilasso per quel poco che riesco.
«Scusa Alice, torno subito. Più o meno» lo sguardo fisso sul tavolo delle ragazze.
Non sento la sua risposta, se me ne dà una.
Mi alzo facendo il rumore necessario perché Bella capisca che qualcosa sta succedendo.
Che sto arrivando.
Un istante dopo la vedo alzarsi e avvicinarsi con passo sicuro alla porta del bagno, ancora senza guardarmi.
Vado fuori di testa. Questa mi manda fuori di testa. Ma ha obbedito. Mi rilasso per quel poco che riesco.
Ha le braccia conserte e lo sguardo duro quando apro la porta e me la trovo davanti, bella più che mai.
E’ più in carne. Ha le guance leggermente arrossate, la pelle più luminosa del solito. Sta maledettamente bene.
Non riesco a dirle niente di tutto questo o di tutto quello che mi passa per la testa.
Lei è come una calamita per le mie mani e il mio corpo. Immediatamente mi gonfio al pensiero di starle dentro ancora una volta.
Le sono addosso con un solo, unico passo. Le avvolgo il piccolo viso con le mie grandi mani e faccio mia la sua bocca.
Spingo con la lingua per entrare, ma lei non me lo permette.
Allora accarezzo le sue labbra per farle capire che ho ancora qualcosa da darle, che non sono solo un bastardo.
Che mi ricordo come ama essere baciata, all’inizio.
E’ più in carne. Ha le guance leggermente arrossate, la pelle più luminosa del solito. Sta maledettamente bene.
Non riesco a dirle niente di tutto questo o di tutto quello che mi passa per la testa.
Lei è come una calamita per le mie mani e il mio corpo. Immediatamente mi gonfio al pensiero di starle dentro ancora una volta.
Le sono addosso con un solo, unico passo. Le avvolgo il piccolo viso con le mie grandi mani e faccio mia la sua bocca.
Spingo con la lingua per entrare, ma lei non me lo permette.
Allora accarezzo le sue labbra per farle capire che ho ancora qualcosa da darle, che non sono solo un bastardo.
Che mi ricordo come ama essere baciata, all’inizio.
Si ammorbidisce, lo sento. Le sue mani agguantano i miei bicipiti che tanto le piacciono.
Lentamente le sue labbra di aprono ed entro.
Lentamente le sue labbra di aprono ed entro.
Mi sembra di rinascere. Mi sembra di essere una pianta rinsecchita che improvvisamente riceve dell’acqua fresca.
Mentre le nostre lingue si accarezzano, io mi sento rifiorire.
Anche la mia anima raccoglie i cocci e risorge per un attimo.
Riesco a sentire il mio respiro accelerato, i battiti veloci del mio cuore che pulsano nelle tempie.
E, più giù, una voglia di lei imbarazzante.
Mentre le nostre lingue si accarezzano, io mi sento rifiorire.
Anche la mia anima raccoglie i cocci e risorge per un attimo.
Riesco a sentire il mio respiro accelerato, i battiti veloci del mio cuore che pulsano nelle tempie.
E, più giù, una voglia di lei imbarazzante.
La mia mano si infila audace sotto la maglietta e trova il suo seno. Sposto il reggiseno per accarezzarlo come si deve.
Come mi piace. Come le piace. Mugola, lo sapevo. Non l’ho persa. Non ancora. Non del tutto.
Come mi piace. Come le piace. Mugola, lo sapevo. Non l’ho persa. Non ancora. Non del tutto.
Cazzo. E’ molto più sodo di quanto ricordassi. E’ anche più grosso.
Mi blocco, mi sposto per fissarla negli occhi. Non capisco.
Lei non lo farebbe mai.
«Ti ha rifatto il seno il coglione?» non serve che io specifichi di chi sto parlando.
Suo marito è un chirurgo estetico, capacissimo di metterle in testa che non è abbastanza bella, abbastanza donna.
Capacissimo di mettere le mani sul quel fantastico corpo per modellarlo come meglio crede. Il bastardo.
Il solo pensiero delle sue dita su di lei mi manda in bestia. L’idea di lui che la taglia con il bisturi è davvero troppo per la mia mente bacata.
«E’ davvero patetico che tu gli abbia fatto da cavia … cosa ti ha dato in cambio eh? Una scopata memorabile? Un viaggio in qualche meta esotica? Un diamante? Cosa, sentiamo? Cosa?»
Mi blocco, mi sposto per fissarla negli occhi. Non capisco.
Lei non lo farebbe mai.
«Ti ha rifatto il seno il coglione?» non serve che io specifichi di chi sto parlando.
Suo marito è un chirurgo estetico, capacissimo di metterle in testa che non è abbastanza bella, abbastanza donna.
Capacissimo di mettere le mani sul quel fantastico corpo per modellarlo come meglio crede. Il bastardo.
Il solo pensiero delle sue dita su di lei mi manda in bestia. L’idea di lui che la taglia con il bisturi è davvero troppo per la mia mente bacata.
«E’ davvero patetico che tu gli abbia fatto da cavia … cosa ti ha dato in cambio eh? Una scopata memorabile? Un viaggio in qualche meta esotica? Un diamante? Cosa, sentiamo? Cosa?»
So di aver usato un tono duro e sprezzante.
So di averla ferita profondamente in questo momento.
Ma io non ho filtri. Non ne ho più da un pezzo.
Se soffro io, deve soffrire anche lei. Non ho scelta. Non ho alternative.
So di averla ferita profondamente in questo momento.
Ma io non ho filtri. Non ne ho più da un pezzo.
Se soffro io, deve soffrire anche lei. Non ho scelta. Non ho alternative.
Mi spinge via con forza.
«Vaffanculo Edward!»
Una lacrima le sta rigando lo zigomo mentre mi sorpassa per uscire dal bagno e tornare dalle sue amiche.
«Vaffanculo Edward!»
Una lacrima le sta rigando lo zigomo mentre mi sorpassa per uscire dal bagno e tornare dalle sue amiche.
Io resto lì con le mani strette a questo cazzo di lavandino in questo cazzo di bagno di un pub che mi ricorda troppe cose.
Ho sbagliato ancora una volta.
Tutto.
Capitolo 6
BPOV
«Ragazze scusate, non mi sento bene. Io torno a casa …»
Cerco di mascherare il groppo che sento in gola.
Appena uscita dal bagno ho cercato di cancellare con le mani le lacrime e di limitare i danni del mascara colante.
So di non esserci riuscita troppo, ma ho fatto del mio meglio.
Cerco di mascherare il groppo che sento in gola.
Appena uscita dal bagno ho cercato di cancellare con le mani le lacrime e di limitare i danni del mascara colante.
So di non esserci riuscita troppo, ma ho fatto del mio meglio.
Rose mi prende la mano che trema vistosamente.
«Cosa succede Bella?»
Ho tutti gli occhi delle ragazze addosso. Le espressioni sconcertate e perplesse.
Devo camuffare, devo trovare una scusa plausibile … e devo farlo velocemente.
«Niente ragazze, non preoccupatevi. Sono reduce da un’influenza e ho ancora qualche problema di stomaco … quindi è meglio che io me ne torni a casa» mento parzialmente.
E mi salvo.
«Cosa succede Bella?»
Ho tutti gli occhi delle ragazze addosso. Le espressioni sconcertate e perplesse.
Devo camuffare, devo trovare una scusa plausibile … e devo farlo velocemente.
«Niente ragazze, non preoccupatevi. Sono reduce da un’influenza e ho ancora qualche problema di stomaco … quindi è meglio che io me ne torni a casa» mento parzialmente.
E mi salvo.
Vedo le mie compagne di serata rilassarsi e accettare la spiegazione del mio viso sconvolto.
Tutte tranne Rose. Che sa. Non tutto, ma una parte importante del tutto.
Mentre le altre approvano la mia idea di tornarmene a casa prima di infettarle, Rose mi stringe la mano e aspetta qualcosa di più, un cenno d’intesa.
Non posso dirle niente adesso. Per il semplice motivo che Rose sa molto più delle altre, ma non sa niente di lui.
E, nonostante io abbia fiducia nella sua amicizia e nel suo supporto, dubito che potrebbe capire quel che ho fatto.
E quello che ho intenzione di fare.
Tutte tranne Rose. Che sa. Non tutto, ma una parte importante del tutto.
Mentre le altre approvano la mia idea di tornarmene a casa prima di infettarle, Rose mi stringe la mano e aspetta qualcosa di più, un cenno d’intesa.
Non posso dirle niente adesso. Per il semplice motivo che Rose sa molto più delle altre, ma non sa niente di lui.
E, nonostante io abbia fiducia nella sua amicizia e nel suo supporto, dubito che potrebbe capire quel che ho fatto.
E quello che ho intenzione di fare.
«Sto bene Rose, davvero. E’ tutto a posto. Ma è meglio che io vada a casa» tento di rassicurarla e con uno sguardo le chiedo complicità e silenzio.
Devo liberarmi anche di lei, adesso. Non voglio che mi accompagni e che mi faccia il terzo grado.
Mi rendo conto di essere fragile in questo momento. Potrei raccontarle tutto.
E non voglio.
Non devo.
Non posso.
Devo liberarmi anche di lei, adesso. Non voglio che mi accompagni e che mi faccia il terzo grado.
Mi rendo conto di essere fragile in questo momento. Potrei raccontarle tutto.
E non voglio.
Non devo.
Non posso.
Sento il profumo di Edward colpirmi da dietro le spalle molto prima di sentire i suoi passi. Un istante dopo mi sento sfiorare la schiena. Bastardo. So che lo ha fatto apposta.
Voglio morire. In questo istante voglio morire perché so, ho la certezza, che sarà uno schifo completo vivere tutta la vita senza di lui. Senza il suo tocco. Senza le sue mani, la sua bocca, il suo cuore.
Non la smetterà mai di essermi dentro, mai.
Voglio morire. In questo istante voglio morire perché so, ho la certezza, che sarà uno schifo completo vivere tutta la vita senza di lui. Senza il suo tocco. Senza le sue mani, la sua bocca, il suo cuore.
Non la smetterà mai di essermi dentro, mai.
E’ sempre stato così con lui. E così sarà.
Ho avuto consapevolezza della sua presenza in questo maledetto pub nel momento esatto in cui ho aperto la porta e vi ho messo piede dentro.
Un brivido mi ha percorso l’intera colonna vertebrale ancora prima di intravederlo seduto al banco in compagnia di quella stronza.
Avrei dovuto girare i tacchi, trovare una scusa per le mie amiche e uscire dal pub. Salvando la serata e soprattutto me stessa.
Invece ho voluto fare la dura, fargli vedere che non mi fa più alcun effetto stare nella stessa stanza con lui.
E ho miseramente fallito.
Perché lui mi fa ancora effetto. Lui mi farà sempre effetto.
Un brivido mi ha percorso l’intera colonna vertebrale ancora prima di intravederlo seduto al banco in compagnia di quella stronza.
Avrei dovuto girare i tacchi, trovare una scusa per le mie amiche e uscire dal pub. Salvando la serata e soprattutto me stessa.
Invece ho voluto fare la dura, fargli vedere che non mi fa più alcun effetto stare nella stessa stanza con lui.
E ho miseramente fallito.
Perché lui mi fa ancora effetto. Lui mi farà sempre effetto.
Raccolgo la giacca e il telefono abbandonato sul tavolo da quando sono andata ad aspettare il mio destino in bagno.
Chissà perché poi ho eseguito il suo ordine. Perché non ho aspettato la sua mossa.
Magari sarebbe davvero venuto da me, mi avrebbe baciata davanti a tutti. E sarei finalmente stata costretta a dire la verità al mondo. Mi avrebbe forse umiliata, lasciandomi senza dire una parola, ma almeno mi avrebbe liberata dalla vita di menzogna che sto vivendo.
Chissà perché poi ho eseguito il suo ordine. Perché non ho aspettato la sua mossa.
Magari sarebbe davvero venuto da me, mi avrebbe baciata davanti a tutti. E sarei finalmente stata costretta a dire la verità al mondo. Mi avrebbe forse umiliata, lasciandomi senza dire una parola, ma almeno mi avrebbe liberata dalla vita di menzogna che sto vivendo.
Sarebbe stato comunque meglio rispetto a quello che ho adesso.
A quello che mi ha detto. Il modo in cui l’ha fatto.
Come ha potuto pensare una cosa del genere di me? Come?
Abbiamo parlato tante volte di come la penso riguardo alla professione di mio marito.
Mille volte gli ho detto che non mi farei mai mettere le mani addosso se non fosse strettamente necessario.
Che posso anche non piacermi, ma questa sono e questa resto.
E che l’unica mia necessità era ed è di piacere a lui.
Il resto sta a zero.
A quello che mi ha detto. Il modo in cui l’ha fatto.
Come ha potuto pensare una cosa del genere di me? Come?
Abbiamo parlato tante volte di come la penso riguardo alla professione di mio marito.
Mille volte gli ho detto che non mi farei mai mettere le mani addosso se non fosse strettamente necessario.
Che posso anche non piacermi, ma questa sono e questa resto.
E che l’unica mia necessità era ed è di piacere a lui.
Il resto sta a zero.
Ma d’altra parte dovevo aspettarmelo.
E’ tipico di Edward vedere solo la superficie delle cose.
Andare oltre per lui è impensabile.
Sempre.
EPOV
Le sfioro di proposito la schiena quando la oltrepasso per tornare al banco da Alice.
E’ il misero surrogato di un abbraccio.
Vorrei e dovrei chiederle scusa per come l’ho trattata.
Ma non servirebbe a niente. E’ meglio così.
Se mi odia tutto sarà più facile.
Almeno per lei.
E’ il misero surrogato di un abbraccio.
Vorrei e dovrei chiederle scusa per come l’ho trattata.
Ma non servirebbe a niente. E’ meglio così.
Se mi odia tutto sarà più facile.
Almeno per lei.
E poi comunque se ha fatto quel che penso non è la persona che credevo. Meglio così.
E’ che mi sembra così dannatamente impossibile.
Butto sul bancone alcune banconote per pagare quello che ho ordinato. Schiaffo davanti ad Alice altrettanti soldi.
«Per il taxi. E per il disturbo. La serata finisce qui» la congedo poco gentilmente, lo so.
Ma non me ne frega davvero un cazzo di niente e di nessuno.
Io non ho più anima. Non ho più cuore. Non ho più vita. E un cazzo di niente da perdere, ormai.
«Per il taxi. E per il disturbo. La serata finisce qui» la congedo poco gentilmente, lo so.
Ma non me ne frega davvero un cazzo di niente e di nessuno.
Io non ho più anima. Non ho più cuore. Non ho più vita. E un cazzo di niente da perdere, ormai.
Non le lascio di nuovo il tempo di ribattere.
Agguanto il giubbotto e me ne vado. Senza salutare nessuno.
Agguanto il giubbotto e me ne vado. Senza salutare nessuno.
Mi sento bruciare vivo.
Vorrei urlare tutta la rabbia che ho in corpo.
Mi limito a spalancare la porta così forte da farla rimbalzare sul muro appena metto fuori i piedi da questo maledettissimo posto.
Vorrei urlare tutta la rabbia che ho in corpo.
Mi limito a spalancare la porta così forte da farla rimbalzare sul muro appena metto fuori i piedi da questo maledettissimo posto.
Ho bisogno di aria.
Ho bisogno di alcool.
Ho bisogno di un pugno in faccia.
Ho bisogno di alcool.
Ho bisogno di un pugno in faccia.
Ho bisogno di lei.
Capitolo 7
Il ticchettio delle mie scarpe rimbomba nel silenzio del parcheggio dove sto cercando la mia auto.
Una voce conosciuta ancora distante continua a gridare il mio nome. Ma non ho voglia di parlare con nessuno, non ho voglia di vedere nessuno.
Nemmeno lei.
Voglio solo andare a casa e dormire e piangere e vuotare il cuore di tutto il dolore che ha dentro.
Una voce conosciuta ancora distante continua a gridare il mio nome. Ma non ho voglia di parlare con nessuno, non ho voglia di vedere nessuno.
Nemmeno lei.
Voglio solo andare a casa e dormire e piangere e vuotare il cuore di tutto il dolore che ha dentro.
«Bella, Bella aspetta!» Rose insiste e ormai è a pochi passi da me.
Raggiungo la mia auto e le frecce lampeggiano in risposta al segnale del telecomando.
Finalmente.
Mi sento salva. Che ingenua.
La mano di Rose mi cattura la spalla e mi obbliga a voltarmi.
Il suo sguardo tradisce la sorpresa nel trovarmi con gli occhi lucidi e le lacrime ora abbondantemente sparse sulle guance.
Raggiungo la mia auto e le frecce lampeggiano in risposta al segnale del telecomando.
Finalmente.
Mi sento salva. Che ingenua.
La mano di Rose mi cattura la spalla e mi obbliga a voltarmi.
Il suo sguardo tradisce la sorpresa nel trovarmi con gli occhi lucidi e le lacrime ora abbondantemente sparse sulle guance.
«Oh mio Dio, ma che cos’hai?» mi accarezza con la voce e con una mano.
Asciuga con dolcezza il mio volto aspettando una risposta, che ovviamente per lei non ho.
«Niente Rose, è un momento particolare lo sai» mento, ma non del tutto. Come sempre.
«Cazzate! Ti conosco Bella … dimmi solo che non stai male, ti prego.»
Sorrido amaramente.
Sarebbe bello poterglielo dire.
Sarebbe bello che fosse questa la verità.
Invece sto male da morire.
Ma il fisico non dà segni visibili quando è solo il cuore a spezzarsi giusto? Quindi, in questi casi, si può camuffare tutto.
E allora così sia.
Asciuga con dolcezza il mio volto aspettando una risposta, che ovviamente per lei non ho.
«Niente Rose, è un momento particolare lo sai» mento, ma non del tutto. Come sempre.
«Cazzate! Ti conosco Bella … dimmi solo che non stai male, ti prego.»
Sorrido amaramente.
Sarebbe bello poterglielo dire.
Sarebbe bello che fosse questa la verità.
Invece sto male da morire.
Ma il fisico non dà segni visibili quando è solo il cuore a spezzarsi giusto? Quindi, in questi casi, si può camuffare tutto.
E allora così sia.
«E’ tutto a posto, tranquilla. Ora andrò a casa, mi berrò una tisana e andrò sotto le coperte. Domani andrà meglio …»
«Lo sai che con me puoi parlare Bella, lo sai che ti sono amica …»
«Lo so Rose, lo so» ed è vero, lo so.
Ma la verità è troppo difficile da raccontare. Anche a lei.
Mi abbraccia di slancio.
Dio com’è buona la mia amica. Non chiede altro.
Sa che io le do quello che posso.
Sa anche che c’è qualcosa di grosso che le tengo segreto.
«Lo sai che con me puoi parlare Bella, lo sai che ti sono amica …»
«Lo so Rose, lo so» ed è vero, lo so.
Ma la verità è troppo difficile da raccontare. Anche a lei.
Mi abbraccia di slancio.
Dio com’è buona la mia amica. Non chiede altro.
Sa che io le do quello che posso.
Sa anche che c’è qualcosa di grosso che le tengo segreto.
Quello che entrambe non sappiamo è che quel segreto sta arrivando alle nostre spalle.
«Ti accompagno a casa Bella, non puoi guidare in queste condizioni» sostiene la mia amica sciogliendosi dall’abbraccio.
«L’accompagno io.»
Entrambe voltiamo la testa nella direzione da cui proviene la voce. Io so benissimo di chi si tratta, Rose invece non ne ha la minima idea.
Edward si avvicina.
La luce del lampione a pochi metri di distanza lo illumina manifestando tutta la sua bellezza.
Non sono mai pronta a trovarmelo davanti, mai. Meno che meno in questo momento che non sono da sola.
Inghiotto a fatica la saliva per trovare la voce necessaria a declinare il suo invito e a non far spaventare Rose.
Almeno non più del necessario.
La luce del lampione a pochi metri di distanza lo illumina manifestando tutta la sua bellezza.
Non sono mai pronta a trovarmelo davanti, mai. Meno che meno in questo momento che non sono da sola.
Inghiotto a fatica la saliva per trovare la voce necessaria a declinare il suo invito e a non far spaventare Rose.
Almeno non più del necessario.
«Grazie, vado a casa da sola» rispondo secca a entrambi.
« Ma lui sarebbe?» chiede la mia amica evidentemente stupita dalla presenza di Edward e dal fatto che io non abbia battuto ciglia davanti alla sua offerta di accompagnarmi.
«Un amico» replica lui ormai al mio fianco.
« Ma lui sarebbe?» chiede la mia amica evidentemente stupita dalla presenza di Edward e dal fatto che io non abbia battuto ciglia davanti alla sua offerta di accompagnarmi.
«Un amico» replica lui ormai al mio fianco.
Gli occhi di Rose si spostano repentini da me a Edward un paio di volte. Non le lascio il tempo di fare troppe congetture.
«Rose, è tutto a posto. Dammi solo un minuto che sistemo una cosa. Poi vado a casa. Da sola. Tranquilla.»
«Rose, è tutto a posto. Dammi solo un minuto che sistemo una cosa. Poi vado a casa. Da sola. Tranquilla.»
Non l’ho convinta del tutto, lo so bene. Ma dopo qualche istante e qualche occhiata complice arretra di qualche passo.
«Chiamami quando sei a casa per favore. Ok? »
«Ok Rose. Promesso.»
«Mi devi delle spiegazioni Bella. Lo sai vero? »
«Lo so Rose, lo so» la rassicuro ancora.
Non credo che stavolta si accontenterà di qualche scusa.
Non credo proprio.
«Chiamami quando sei a casa per favore. Ok? »
«Ok Rose. Promesso.»
«Mi devi delle spiegazioni Bella. Lo sai vero? »
«Lo so Rose, lo so» la rassicuro ancora.
Non credo che stavolta si accontenterà di qualche scusa.
Non credo proprio.
Ora che è sufficientemente lontana da non sentire le nostre voci, posso pensare a liberarmi una volta per tutte di lui.
Basta.
Non ce la faccio più. Non può continuare a farmi del male in questo modo.
Non lo merito maledizione.
Basta.
Non ce la faccio più. Non può continuare a farmi del male in questo modo.
Non lo merito maledizione.
Mi volto e cerco i suoi occhi.
Li fisso e mi ci annego dentro per l’ultima volta.
Quante ultime volte con lui.
Li fisso e mi ci annego dentro per l’ultima volta.
Quante ultime volte con lui.
Poi apro le labbra per dare sfogo alla rabbia e al disgusto che provo, ma un urlo che squarcia il silenzio di questo luogo buio e solitario soffoca le mie parole.
E’ un urlo straziante, pieno di dolore.
Pieno di paura.
E’ un urlo straziante, pieno di dolore.
Pieno di paura.
Mi guardo intorno spaventata e confusa.
Gli occhi di Edward sono spalancati credo quanto i miei ma non girano intorno.
No, gli occhi di Edward sono fissi su di me.
Gli occhi di Edward sono spalancati credo quanto i miei ma non girano intorno.
No, gli occhi di Edward sono fissi su di me.
Cosa cazzo sta facendo? Non la sente?
Dobbiamo aiutare questa donna, devo dirgli che dobbiamo cercarla, che dobbiamo salvarla.
Ma non escono parole dalle mie labbra.
E’ in quel momento, poco prima di abbracciarmi l’addome e di inginocchiarmi a terra, che mi rendo conto che la donna che sta urlando sono io.
Capitolo 8
«Bella cosa cazzo hai?» mi inginocchio di fronte a lei e la stringo per le spalle cercando di convincerla a guardarmi e a parlarmi.
Ho bisogno del suo aiuto per aiutarla.
Ho bisogno del suo aiuto per aiutarla.
Non ho mai sentito urla così laceranti. E’ piegata in due dal dolore e io non so cosa cazzo fare.
«Portami in ospedale Edward. Subito» ringhia.
Non capisco, non capisco cosa sta succedendo. So solo che stavolta devo obbedire io.
«Portami in ospedale Edward. Subito» ringhia.
Non capisco, non capisco cosa sta succedendo. So solo che stavolta devo obbedire io.
La prendo in braccio tra continui e penosi lamenti e la adagio con più cautela possibile sul sedile del passeggero.
Mi passa le chiavi dell’auto ancora strette tra le sue dita e mi metto alla guida della sua auto senza farmi alcun problema.
Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per ragionare.
Non c’è tempo per avere paura.
Mi passa le chiavi dell’auto ancora strette tra le sue dita e mi metto alla guida della sua auto senza farmi alcun problema.
Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per ragionare.
Non c’è tempo per avere paura.
L’ospedale per fortuna è a pochi chilometri. Corro come un disperato, alla ricerca di qualcuno che riporti il sorriso sulle labbra di questa bellissima donna a cui io sono in grado di procurare solo dolore. Ora anche fisico.
Parcheggio davanti alla porta del Pronto Soccorso, so che non si può ma non me ne frega un cazzo delle regole in questo momento.
La prendo nuovamente tra le mie braccia.
Piange. Piange come una bambina. Di dolore. Di dispiacere. Di non so cosa ancora.
«Mi dispiace Edward, mi dispiace» continua a ripetere tra i singhiozzi.
Parcheggio davanti alla porta del Pronto Soccorso, so che non si può ma non me ne frega un cazzo delle regole in questo momento.
La prendo nuovamente tra le mie braccia.
Piange. Piange come una bambina. Di dolore. Di dispiacere. Di non so cosa ancora.
«Mi dispiace Edward, mi dispiace» continua a ripetere tra i singhiozzi.
All’interno della sala d’attesa c’è un mucchio di gente. Suono il campanello.
Un secondo.
Due secondi.
Non ho più tempo.
Con un calcio apro la porta del Pronto Soccorso ed entro come una furia.
«C’è un cazzo di dottore in questo posto!» urlo.
Ricevo un milione di insulti da infermieri, medici e pazienti ancora in attesa di essere chiamati.
Ma quel che conta è che qualcuno raccoglie Bella dalle mie braccia, la posiziona su una barella ed inizia a chiamare aiuto.
Un secondo.
Due secondi.
Non ho più tempo.
Con un calcio apro la porta del Pronto Soccorso ed entro come una furia.
«C’è un cazzo di dottore in questo posto!» urlo.
Ricevo un milione di insulti da infermieri, medici e pazienti ancora in attesa di essere chiamati.
Ma quel che conta è che qualcuno raccoglie Bella dalle mie braccia, la posiziona su una barella ed inizia a chiamare aiuto.
Vengo spinto a forza fuori e mi ritrovo da solo in mezzo ad un sacco di gente incazzata e dolorante. Da solo a fissare impotente la porta di un Pronto Soccorso in attesa degli eventi, esattamente come cinque anni fa.
La mia vita è davvero una merda. Ma probabilmente me lo merito.
I miei pensieri continuano ad andare da Bella a Brie, da Brie a Bella. Non posso perdere anche lei.
Non voglio perdere anche lei, cazzo.
Non voglio perdere anche lei, cazzo.
Mi siedo sulla scomoda sedia in plastica di questo cazzo di ospedale, le mani scivolano fra i capelli e li agguantano con forza quasi a voler strapparli. Ma i pensieri no, quelli non se ne vanno.
Mi rivedo mentre dico a una Brie entusiasta che è troppo presto per avere un figlio, che siamo troppo giovani, che io non sono pronto.
Rivedo la sua espressione triste, delusa.
E rivedo il suo corpo riverso a terra poche ore dopo.
Ero andato a casa sua con un mazzo di fiori per dirle che ero un coglione, che ci avevo ripensato e che avrei voluto sposarla.
Ma soprattutto che amavo lei e il nostro bambino.
Il lenzuolo candido sotto di lei imbrattato di rosso.
Tutto il suo sangue uscito dai polsi.
Tutto il suo cazzo di sangue versato per colpa mia.
Rivedo la sua espressione triste, delusa.
E rivedo il suo corpo riverso a terra poche ore dopo.
Ero andato a casa sua con un mazzo di fiori per dirle che ero un coglione, che ci avevo ripensato e che avrei voluto sposarla.
Ma soprattutto che amavo lei e il nostro bambino.
Il lenzuolo candido sotto di lei imbrattato di rosso.
Tutto il suo sangue uscito dai polsi.
Tutto il suo cazzo di sangue versato per colpa mia.
Come può un uomo continuare a vivere con questa colpa nel cuore e nell’anima? Come?
Mi auguro solo di non aver fatto del male anche a Bella. Lei non lo merita. Non lo merita.
Non lo meritava Brie, non lo merita lei di certo.
Non lo meritava Brie, non lo merita lei di certo.
Non so quanto tempo possa essere passato da quando è stata presa da braccia sconosciute ma, mi auguro, competenti. Un’ora. Due. Un giorno intero, forse.
Non ho la minima idea di cosa le sia preso. Non so se ha avuto qualcosa di grave o se invece non era niente.
Nessuno mi dice un cazzo.
E’ ovvio che non lo facciano.
Io per lei non sono nessuno.
Non ho la minima idea di cosa le sia preso. Non so se ha avuto qualcosa di grave o se invece non era niente.
Nessuno mi dice un cazzo.
E’ ovvio che non lo facciano.
Io per lei non sono nessuno.
«C’è qualcuno per Isabella Swan?» chiede inaspettatamente un infermiere facendo spuntare la testa dalle porte che tanto bramo di superare.
«Io» rispondo ormai a un passo da lui. Le porte vengono aperte e finalmente entro.
«E’ il marito?» chiede conferma senza più guardarmi.
«Si» ribatto senza un minimo di esitazione.
«Mi segua.» Lo sto già facendo.
Portami da lei, coglione. Alla svelta.
«Io» rispondo ormai a un passo da lui. Le porte vengono aperte e finalmente entro.
«E’ il marito?» chiede conferma senza più guardarmi.
«Si» ribatto senza un minimo di esitazione.
«Mi segua.» Lo sto già facendo.
Portami da lei, coglione. Alla svelta.
Apre le porte di una stanza in penombra e vedo, distesa su un letto dalle lenzuola bianche, la mia vita.
Il braccio attaccato ad una flebo.
Gli occhi chiusi. Il rossore sparito dalle sue guance.
Il braccio attaccato ad una flebo.
Gli occhi chiusi. Il rossore sparito dalle sue guance.
Mi avvicino e le sfioro la guancia con l’indice. Siamo soli, lo posso fare. L’infermiere se n’è andato dopo avermi raccomandato di lasciarla tranquilla.
Al mio tocco si ridesta.
Sbatte gli occhi velocemente per un po’, forse per mettere a fuoco l’immagine e convincersi che non sono un sogno.
Ora sono qui, davvero vicino a lei, fuori dalle mura sicure del mio appartamento. Ed è il posto giusto in cui devo essere.
Ne ho la drammatica certezza.
Al mio tocco si ridesta.
Sbatte gli occhi velocemente per un po’, forse per mettere a fuoco l’immagine e convincersi che non sono un sogno.
Ora sono qui, davvero vicino a lei, fuori dalle mura sicure del mio appartamento. Ed è il posto giusto in cui devo essere.
Ne ho la drammatica certezza.
Tenta di mettersi seduta, ma la blocco.
«Come stai? » bisbiglio.
«Ora meglio, grazie» risponde sfinita.
«Mi fa piacere» le do un bacio sulla fronte.
Stringo forte le palpebre perché una lacrima sta minacciando di uscire.
«Come stai? » bisbiglio.
«Ora meglio, grazie» risponde sfinita.
«Mi fa piacere» le do un bacio sulla fronte.
Stringo forte le palpebre perché una lacrima sta minacciando di uscire.
Dio grazie per non avermela portata via.
«Edward devo dirti una cosa importante …»
«Sono qui, dimmi» cedo.
Non posso più zittirla come ho fatto quel pomeriggio a casa mia.
Mi avvicino alle sue labbra per ascoltare quello che deve dirmi data la sua voce flebile.
«Io sono …»
«Sono qui, dimmi» cedo.
Non posso più zittirla come ho fatto quel pomeriggio a casa mia.
Mi avvicino alle sue labbra per ascoltare quello che deve dirmi data la sua voce flebile.
«Io sono …»
La porta si spalanca ed entra un medico sventolando una cartella e alcune immagini in bianco e nero in mano.
Mi allontano di scatto dal viso di Bella, mi sento colto in flagrante anche se non stavo facendo niente di male.
Il problema è che non voglio metterla in imbarazzo. Non voglio crearle ancora più casini di quanto ho già fatto.
Mi allontano di scatto dal viso di Bella, mi sento colto in flagrante anche se non stavo facendo niente di male.
Il problema è che non voglio metterla in imbarazzo. Non voglio crearle ancora più casini di quanto ho già fatto.
«Signora Swan, stia tranquilla è tutto a posto …» inizia a spiegare il medico rivolgendosi a lei ma guardando me, evidentemente convinto che io sia il marito.
Le sue labbra si allargano in un sorriso compiaciuto e continua
«… il bambino sta bene, il battito è regolare. C’è stata una minaccia d’aborto, ma siamo riusciti a bloccare il processo di espulsione …»
Le sue labbra si allargano in un sorriso compiaciuto e continua
«… il bambino sta bene, il battito è regolare. C’è stata una minaccia d’aborto, ma siamo riusciti a bloccare il processo di espulsione …»
Mi si gela il sangue.
Mi si gelano i pensieri. Il cuore. Anche l’anima che non ho.
Mi si gelano i pensieri. Il cuore. Anche l’anima che non ho.
Continuo a fissare le labbra di questo medico che non conosco senza sentire più niente.
Il bambino.
Sta bene.
Il bambino.
Sta bene.
Sta bene.
Il bambino.
Sta bene.
Bella.
Aspetta.
Un.
Bambino.
Aspetta.
Un.
Bambino.
Capitolo 9
Gli occhi di Bella sono incollati su di me.
I miei sul viso angelico del medico che sta dicendo qualcosa di assolutamente incomprensibile per la mia mente.
Il mio cervello ha deciso che deve innanzitutto elaborare l’informazione “Bella + bambino”.
I miei sul viso angelico del medico che sta dicendo qualcosa di assolutamente incomprensibile per la mia mente.
Il mio cervello ha deciso che deve innanzitutto elaborare l’informazione “Bella + bambino”.
Lo fisso come un idiota finché noto che smette di muovere le labbra.
«Grazie Dottore. Le sono immensamente grata per quello che ha fatto.»
La voce di Bella mi riscuote improvvisamente.
Come un automa mi volto nella sua direzione.
Si sta accarezzando la pancia e solo ora ne noto la rotondità.
«Grazie Dottore. Le sono immensamente grata per quello che ha fatto.»
La voce di Bella mi riscuote improvvisamente.
Come un automa mi volto nella sua direzione.
Si sta accarezzando la pancia e solo ora ne noto la rotondità.
Solo ora capisco tutto. Che coglione che sono.
Il medico si congeda garantendoci la massima disponibilità per il tempo in cui Bella resterà sotto osservazione in astanteria.
Siamo di nuovo soli.
Io e lei.
E il bambino che porta in grembo.
Siamo di nuovo soli.
Io e lei.
E il bambino che porta in grembo.
«Edward, stavo per dirtelo» mi prende per mano.
La stringe. E io non so cosa dire.
Sono felice? Sono incazzato? Cosa sono? Cos’è quello che sento dentro adesso?
E’ qualcosa di simile ad una scossa di terremoto tra cuore e viscere.
Sono sul punto di crollare per il colpo improvviso.
Mi sento completamente rotto, ma stranamente, completamente intero allo stesso tempo.
La stringe. E io non so cosa dire.
Sono felice? Sono incazzato? Cosa sono? Cos’è quello che sento dentro adesso?
E’ qualcosa di simile ad una scossa di terremoto tra cuore e viscere.
Sono sul punto di crollare per il colpo improvviso.
Mi sento completamente rotto, ma stranamente, completamente intero allo stesso tempo.
Rispondo d’istinto alla stretta delle sue dita.
Un accenno di sorriso compare sulle labbra che vorrei tanto sentirmi in diritto di baciare.
Ma, come sempre, freno qualsiasi impulso nel manifestare quel che sento per lei.
Anche in questo strano momento.
Un accenno di sorriso compare sulle labbra che vorrei tanto sentirmi in diritto di baciare.
Ma, come sempre, freno qualsiasi impulso nel manifestare quel che sento per lei.
Anche in questo strano momento.
«Sono incinta di quasi tre mesi. Se tutto va come deve andare nascerà a fine agosto …» continua a spiegare Bella scegliendo con cautela le parole.
Continuo a fissarla. Incredulo.
Non riesco a formulare un pensiero di senso compiuto.
Non so neanche se ho ancora la capacità di pensare, a dire il vero.
Continuo a fissarla. Incredulo.
Non riesco a formulare un pensiero di senso compiuto.
Non so neanche se ho ancora la capacità di pensare, a dire il vero.
Che poi, so per certo quando è rimasta incinta. Sono stato sempre attento a non fare quel tipo di cazzate. Tranne quella sera.
Era l’unica volta che veniva a casa mia con il buio.
Non eravamo rimasti d’accordo di vederci.
Poi il suo messaggio “Apri”.
E a me si era spalancato il cuore.
Le avevo aperto il cancello, le avevo aperto la porta.
Mi ero seduto sul divano ad aspettarla, quando invece avrei voluto correrle incontro, prenderla in braccio e portarla direttamente a letto.
Tenermela stretta tutta la notte.
Tutta la vita.
Era l’unica volta che veniva a casa mia con il buio.
Non eravamo rimasti d’accordo di vederci.
Poi il suo messaggio “Apri”.
E a me si era spalancato il cuore.
Le avevo aperto il cancello, le avevo aperto la porta.
Mi ero seduto sul divano ad aspettarla, quando invece avrei voluto correrle incontro, prenderla in braccio e portarla direttamente a letto.
Tenermela stretta tutta la notte.
Tutta la vita.
Dio come sono stato cieco e stupido anche con me stesso.
Aveva salito di corsa le scale, aveva il fiato corto. Forse per la fatica. Forse per l'emozione.
Aveva salito di corsa le scale, aveva il fiato corto. Forse per la fatica. Forse per l'emozione.
Il suo cappotto era volato in un attimo per terra. La borsa lanciata da qualche parte.
E la sua bocca era addosso alla mia ancora prima di dirsi “ciao”.
E la sua bocca era addosso alla mia ancora prima di dirsi “ciao”.
Non capivamo più niente.
Non c’era stato il tempo di parlare.
Di pensare.
Di proteggersi.
Non ci fu tempo nemmeno per spogliarsi.
L’avevo sollevata di peso con un braccio solo e appoggiata con delicatezza sul tavolo della cucina, mentre l’altra mano le alzava la gonna e le sfilava gli slip.
Non c’era stato il tempo di parlare.
Di pensare.
Di proteggersi.
Non ci fu tempo nemmeno per spogliarsi.
L’avevo sollevata di peso con un braccio solo e appoggiata con delicatezza sul tavolo della cucina, mentre l’altra mano le alzava la gonna e le sfilava gli slip.
La luce della luna le illuminava il volto e le labbra meravigliosamente spalancate ad ogni mia spinta.
L’avevo fatta mia con impeto e bramosia.
L’avevo fatta mia donandole la parte più preziosa di me.
Senza nemmeno rendermene conto.
L’avevo fatta mia donandole la parte più preziosa di me.
Senza nemmeno rendermene conto.
Il dolce viso di Bella si volta all’improvviso verso la porta della stanza, lasciandomi ancora una volta spiazzato senza i suoi occhi immersi nei miei.
Sentiamo delle voci avvicinarsi. Voci piuttosto concitate.
Sento la presa della sua mano farsi più stretta.
Trema. Bella trema.
Cosa cazzo sta succedendo ancora?
Trema. Bella trema.
Cosa cazzo sta succedendo ancora?
La porta viene spalancata con veemenza e fa il suo ingresso un uomo sulla cinquantina, brizzolato e vestito elegantemente.
E’ accompagnato dal medico che ci ha salutati poco fa.
E’ accompagnato dal medico che ci ha salutati poco fa.
Appena vede Bella, ma soprattutto le nostre mani intrecciate, i lineamenti del viso si irrigidiscono in una smorfia di disgusto e rabbia.
Allora intuisco.
E’ arrivato il coglione.
Allora intuisco.
E’ arrivato il coglione.
Sento le dita di Bella scivolarmi via, ma stavolta no, non la lascio. Vaffanculo a tutto. La blocco e stringo ancora più forte la sua mano nella mia.
Aspetta il mio bambino. Stavolta non mi comporterò da demente. Stavolta non avrò paura.
Aspetta il mio bambino. Stavolta non mi comporterò da demente. Stavolta non avrò paura.
«Jake» sussurra la madre di mio figlio.
Mi sforzo di tornare in questo cazzo di astanteria.
Ora è qui che devo stare. Con lei. E con quel pezzo di merda che ora ho davanti.
Mi sforzo di tornare in questo cazzo di astanteria.
Ora è qui che devo stare. Con lei. E con quel pezzo di merda che ora ho davanti.
«La ringrazio Dottor Murray, ha fatto un ottimo lavoro. Ora se non le dispiace vorrei scambiare due parole con mia moglie per valutare la situazione. Me ne prenderò cura io da questo momento.»
Il coglione congeda il nostro amico medico dandogli la mano e sorridendogli come si conviene fare tra persone civili ed evidentemente false.
Il medico è un po’ spiazzato dalla situazione.
Ovviamente avrei dovuto essere io il marito. Non certo il Dottor Blake, chirurgo estetico di fama nazionale.
Ovviamente avrei dovuto essere io il marito. Non certo il Dottor Blake, chirurgo estetico di fama nazionale.
Blake si avvicina al letto e sento il sangue ribollirmi nelle vene. Giuro che se fa o dice qualcosa di sbagliato io lo ammazzo qui, seduta stante.
Tanto siamo in Pronto Soccorso, gli andrebbe di lusso, potrebbe anche salvarsi il culo alla fine.
Ma ne dubito.
Tanto siamo in Pronto Soccorso, gli andrebbe di lusso, potrebbe anche salvarsi il culo alla fine.
Ma ne dubito.
Osserva con attenzione sua moglie. Le stringo ancora di più la mano.
Poi si rivolge a me, il coglione.
Poi si rivolge a me, il coglione.
«La ringrazio per aver accompagnato mia moglie in ospedale. E’ stato davvero un gesto responsabile e di estremo senso civico. Ha salvato lei … ma soprattutto il NOSTRO bambino … sa lo abbiamo tanto cercato in questi mesi …» non alza la voce né le mani, ma è come se ricevessi un pugno dritto nello stomaco quando sento la parola "nostro".
Mi viene da vomitare.
Il solo pensiero di lui dentro Bella mi dà la nausea. Mi schifa.
Il solo pensiero di lui dentro Bella mi dà la nausea. Mi schifa.
Prende il viso di Bella tra le mani e le scocca un bacio sulla fronte.
«Sono così felice di vederti amore mio ..Rose mi ha detto che non ti sentivi bene, al telefono non rispondevi... per fortuna un’infermiera che conosco mi ha avvisato che eri qui.»
«Sono così felice di vederti amore mio ..Rose mi ha detto che non ti sentivi bene, al telefono non rispondevi... per fortuna un’infermiera che conosco mi ha avvisato che eri qui.»
Bella si scosta e si volta a cercare il mio sguardo.
Mi implora di fare qualcosa con quegli occhi grandi e puri, lo so, ne sono certo.
Mi implora di fare qualcosa con quegli occhi grandi e puri, lo so, ne sono certo.
Ma sono troppo confuso per capire i suoi messaggi silenziosi.
Nostro. Ha detto nostro.
Sono troppo incazzato per capire che mi sta chiedendo aiuto.
Nostro. Ha detto nostro.
Lascio la sua mano.
Lascio lo spiraglio di vita che avevo visto.
Lascio la mia anima, quel briciolo di anima che lei aveva fatto risorgere, sulle piastrelle di questo pavimento verde impregnato dall’odore di disinfettante.
Nostro. Ha detto nostro.
Lascio Bella alla sua vita e al suo uomo.
Lascio Bella e il bambino.
Forse mio.
Sicuramente mio.
Capitolo 10
BPOV
«Edward! » urlo quando esce dall’astanteria.
Grido e piango.
Ma non accade niente.
Mi strappo l’ago della flebo e il sangue macchia le lenzuola immacolate.
Non serve a niente.
Lui non rientra. E io non ho la forza di raggiungerlo.
I sedativi che mi hanno dato mi farebbero cadere a terra dopo pochi passi, ne ho la piena consapevolezza nonostante lo stordimento e l’angoscia che provo in questo momento.
Grido e piango.
Ma non accade niente.
Mi strappo l’ago della flebo e il sangue macchia le lenzuola immacolate.
Non serve a niente.
Lui non rientra. E io non ho la forza di raggiungerlo.
I sedativi che mi hanno dato mi farebbero cadere a terra dopo pochi passi, ne ho la piena consapevolezza nonostante lo stordimento e l’angoscia che provo in questo momento.
Non mi ha detto neanche una parola sul bambino, niente.
Eppure io lo so, lo so per certo, che non ne era dispiaciuto.
Quella stretta di mano per me significava tanto. Tutto.
Eppure io lo so, lo so per certo, che non ne era dispiaciuto.
Quella stretta di mano per me significava tanto. Tutto.
Lo so che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto accettare di nuovo la possibilità di diventare padre.
Avrebbe potuto riprendere in mano la sua vita, lasciandosi alle spalle tutto il dolore e la rabbia provati cinque anni prima.
Avrebbe potuto riprendere in mano la sua vita, lasciandosi alle spalle tutto il dolore e la rabbia provati cinque anni prima.
Avrebbe potuto credere in me e in lui.
Avrebbe potuto.
Avrebbe dovuto.
Invece ha preferito fidarsi della bugia di mio marito.
Lo sa benissimo che Jake non può avere figli.
Lo sa perché gli ho detto un milione di volte che per me era un dolore immenso sapere che il mio matrimonio non mi avrebbe permesso di diventare madre.
Lo sa benissimo che Jake non può avere figli.
Lo sa perché gli ho detto un milione di volte che per me era un dolore immenso sapere che il mio matrimonio non mi avrebbe permesso di diventare madre.
E sa benissimo che io e Jake non avevamo più rapporti da un pezzo.
Come avrei potuto dopo di lui? Come?
Come avrei potuto dopo di lui? Come?
Dentro il suo cuore sa benissimo che il bambino non può che essere suo.
Stupido, stupido Edward.
Stupido, stupido Edward.
Due grandi dita mi stringono le guance obbligandomi a smettere di urlare il suo nome ancora e ancora.
Premono con forza e mi fanno male.
Jake si avvicina al mio viso e sputa il veleno che custodisce nel suo cuore e che ancora non mi aveva dato modo di conoscere.
«Non sarà la mia moglie puttana a rovinarmi la reputazione. Questo bastardo di un bambino nascerà, io lo riconoscerò e tu sarai la mammina e la mogliettina che io mi aspetto e che tutti si aspettano. Sono stato abbastanza chiaro?»
Premono con forza e mi fanno male.
Jake si avvicina al mio viso e sputa il veleno che custodisce nel suo cuore e che ancora non mi aveva dato modo di conoscere.
«Non sarà la mia moglie puttana a rovinarmi la reputazione. Questo bastardo di un bambino nascerà, io lo riconoscerò e tu sarai la mammina e la mogliettina che io mi aspetto e che tutti si aspettano. Sono stato abbastanza chiaro?»
Una stretta ancora più vigorosa mi fa gemere.
Annuisco contro la mia volontà.
Le sue dita mi guidano anche a fare questo gesto di assenso.
Le sue dita mi guidano anche a fare questo gesto di assenso.
Lo odio. Lo odio come non ho mai odiato in vita mia.
Ha provato ad intrappolare me con le sue promesse e la farsa di una vita giusta e degna del suo nome e della sua fama, ma se pensa che gli permetterò di fare suo il bambino di Edward, si sbaglia di grosso.
Ha provato ad intrappolare me con le sue promesse e la farsa di una vita giusta e degna del suo nome e della sua fama, ma se pensa che gli permetterò di fare suo il bambino di Edward, si sbaglia di grosso.
«Brava bambina.»
«Vaffanculo Jake» riesco a dire ancora con le labbra a pesce.
«Attenta a come parli. Vestiti. Ti aspetto in macchina. Da oggi le regole cambiano, mogliettina.»
«Vaffanculo Jake» riesco a dire ancora con le labbra a pesce.
«Attenta a come parli. Vestiti. Ti aspetto in macchina. Da oggi le regole cambiano, mogliettina.»
Sbatte la porta senza curarsi di sapere come sto e senza alcun accenno ad aiutarmi.
Resto sola in questa stanza di ospedale dove fino a pochi minuti prima avevo intravisto una nuova vita.
La mia. Quella di Edward. E del nostro bambino.
Abbraccio la mia piccola pancia rotonda e cullo tra le lacrime l’unica cosa che mi rimane di lui. Di noi.
«Stai tranquillo piccolo, andrà tutto bene. Andrà tutto bene.»
Non ne sono proprio convinta, ma lui non deve pagare per i miei errori. Non deve.
Lo amerò per tutti e due.
E lo farò da sola.
Costi quel che costi.
EPOV
Mi rendo conto di essere a piedi quando esco dal Pronto Soccorso. La mia auto è rimasta fuori dal pub.
Devo aver anche lasciato il giubbotto sul letto di Bella, ma non torno indietro a prenderlo.
Devo aver anche lasciato il giubbotto sul letto di Bella, ma non torno indietro a prenderlo.
Non torno indietro in nessun senso.
Inizio a camminare senza una meta precisa.
Mille pensieri si affollano nella mia testa.
Mille emozioni si accavallano nel cuore.
Mille pensieri si affollano nella mia testa.
Mille emozioni si accavallano nel cuore.
Non so dare una spiegazione razionale a tutto quello che è successo nelle ultime ore. Negli ultimi mesi. Nell’ultimo anno.
La mia vita è cambiata radicalmente così tante volte, per poi ritrovarsi nuovamente al punto di partenza. Una merda.
E solo per colpa mia.
E solo per colpa mia.
L’unica cosa che mi consola è l’idea che il coglione non farà mancare niente a Bella. E al bambino. Il mio bambino.
Almeno spero. Perché altrimenti io …
Almeno spero. Perché altrimenti io …
Ed improvvisamente succede.
Dopo cinque lunghi e penosi anni, succede.
Piango. A questo pensiero, piango.
Cammino.
E piango.
Cammino al buio.
E piango. Per ore.
Dopo cinque lunghi e penosi anni, succede.
Piango. A questo pensiero, piango.
Cammino.
E piango.
Cammino al buio.
E piango. Per ore.
Piango.
Per lei. Per Brie. Per il piccolo che non c’è stato. Per il piccolo che ci sarà.
E per me.
Non sono lo schifo di uomo che sembro. Non sono così. Non sono così, maledizione.
Lentamente affiora la consapevolezza di quello che devo e voglio fare.
Non li abbandonerò. In qualche modo sarò con lei. Con loro.
Lentamente affiora la consapevolezza di quello che devo e voglio fare.
Non li abbandonerò. In qualche modo sarò con lei. Con loro.
Anche se forse non lo sapranno mai.
Capitolo 11
EPOV
E’ domenica pomeriggio.
Come ogni settimana, da quasi sei mesi a questa parte, ho parcheggiato poco distante dalla casa di Bella.
Come ogni settimana, da quasi sei mesi a questa parte, ho parcheggiato poco distante dalla casa di Bella.
Ha mantenuto l’abitudine di uscire con Rose come faceva quando stavamo insieme.
Sorrido a questo pensiero, rendendomi perfettamente conto che noi non siamo mai stati insieme nel vero senso della parola.
Sorrido a questo pensiero, rendendomi perfettamente conto che noi non siamo mai stati insieme nel vero senso della parola.
Anche se io mi sento legato a lei in maniera indissolubile praticamente dalla prima volta che mi ha sorriso.
Inizialmente, subito dopo quanto accaduto in Pronto Soccorso quella sera, veniva accompagnata a questi incontri dal marito. Poi, evidentemente, le cose si sono rimesse a posto e ha riavuto la sua libertà.
Rose sa che io sono qui. Mi ha visto da subito, dalla prima volta.
Si è avvicinata alla mia macchina e mi ha chiesto che intenzioni avessi. Era visibilmente preoccupata per la sua amica.
Si è avvicinata alla mia macchina e mi ha chiesto che intenzioni avessi. Era visibilmente preoccupata per la sua amica.
Le ho spiegato che non avrei creato altro scompiglio e che intendevo solo assicurarmi che Bella stesse bene.
Tutto qui.
Poi l’ho pregata di non dirle niente per non farla agitare. Nelle sue condizioni non era il caso.
Le ho solo confessato che quando nascerà il bambino cercherò di rimediare. Non so come, ma ci proverò. Almeno non voglio che mi odi. Almeno voglio saperla serena e felice.
Veglierò su di lei e su di loro. Mi terrò da parte, ma ci sarò.
Tutto qui.
Poi l’ho pregata di non dirle niente per non farla agitare. Nelle sue condizioni non era il caso.
Le ho solo confessato che quando nascerà il bambino cercherò di rimediare. Non so come, ma ci proverò. Almeno non voglio che mi odi. Almeno voglio saperla serena e felice.
Veglierò su di lei e su di loro. Mi terrò da parte, ma ci sarò.
Ho lasciato il mio numero di cellulare a Rose, lei il suo.
Spesso mi aggiorna sulla crescita del bambino.
E’ lei che accompagna Bella alle visite e alle ecografie.
Spesso mi aggiorna sulla crescita del bambino.
E’ lei che accompagna Bella alle visite e alle ecografie.
A volte mi manda anche qualcuna di quelle foto incomprensibili in bianco e nero.
Rimango a fissarla per ore immaginando le dita, il naso e gli occhi di mio figlio.
Le sono davvero grato per quello che sta facendo, non era assolutamente tenuta ad aiutarmi.
Rimango a fissarla per ore immaginando le dita, il naso e gli occhi di mio figlio.
Le sono davvero grato per quello che sta facendo, non era assolutamente tenuta ad aiutarmi.
E ha anche mantenuto il segreto.
In quasi sei mesi non ha infranto la promessa, mi sembra quasi impossibile dato il grado di confidenza che hanno tra di loro.
Ma se Bella avesse saputo di me non avrebbe esitato ad avvicinarsi. Fosse anche solo per darmi lo schiaffo che so di meritare. Forse per dirmi di non farmi più vedere.
In quasi sei mesi non ha infranto la promessa, mi sembra quasi impossibile dato il grado di confidenza che hanno tra di loro.
Ma se Bella avesse saputo di me non avrebbe esitato ad avvicinarsi. Fosse anche solo per darmi lo schiaffo che so di meritare. Forse per dirmi di non farmi più vedere.
Starmene qui ogni domenica ad aspettare che esca di casa può certamente sembrare una follia, ma non riesco a rinunciare a questi pochi attimi in cui posso ammirare la rotondità della sua pancia ed assicurarmi che tutto proceda per il meglio.
Almeno per lei. E per la mia vita dentro di lei.
Almeno per lei. E per la mia vita dentro di lei.
Sento una macchina avvicinarsi. Rose parcheggia proprio davanti al cancello di casa.
Prima di suonare il campanello si volta nella mia direzione salutandomi con un piccolo cenno della mano.
Credo si sia abituata alla mia presenza. Credo, anche, che tutto sommato approvi.
Prima di suonare il campanello si volta nella mia direzione salutandomi con un piccolo cenno della mano.
Credo si sia abituata alla mia presenza. Credo, anche, che tutto sommato approvi.
Quando la porta di casa si apre e lei esce provo il solito tuffo al cuore. Un orrendo vuoto.
Quella sensazione di perdita che conosco fin troppo bene.
Solo che lei non è Brie. Lei non si è tolta la vita.
Lei è ancora meravigliosamente viva.
E ha dentro di sé mio figlio.
Quella sensazione di perdita che conosco fin troppo bene.
Solo che lei non è Brie. Lei non si è tolta la vita.
Lei è ancora meravigliosamente viva.
E ha dentro di sé mio figlio.
Certo che è mio. L’ho sempre saputo.
Quella sera in ospedale sono rimasto spiazzato dalle parole di suo marito, ho dubitato per un attimo di lei.
Lo ammetto.
Sono stato accecato dalla gelosia, dall’invidia perché lui poteva averla alla luce del sole.
Mentre io ero solo la seconda scelta. Al buio, sempre al buio. E per colpa mia.
Lo ammetto.
Sono stato accecato dalla gelosia, dall’invidia perché lui poteva averla alla luce del sole.
Mentre io ero solo la seconda scelta. Al buio, sempre al buio. E per colpa mia.
Ho creduto per un attimo a lui semplicemente perché a volte la possibilità di essere felice e di avere tutto ciò che desideri fa paura. Troppa paura.
E ci si aggrappa a qualsiasi cosa pur di prendere tempo. Fiato.
E ci si aggrappa a qualsiasi cosa pur di prendere tempo. Fiato.
Ma appena ho chiuso la porta della stanza e ho sentito quelle urla strozzate che gridavano il mio nome ho capito. Non c’era storia. Dentro di lei stava crescendo una vita in parte anche mia.
Ho avuto l’istinto di girarmi, entrare in quella maledetta stanza, prendere a pugni quel coglione che si è permesso di baciarla in mia presenza. E portarmela via. Lei e il nostro bambino.
Tuttavia ho scelto di non tornare indietro. Ho chiuso gli occhi, tappato le orecchie e sono andato avanti per la mia strada, abbandonandoli. Ma soprattutto abbandonando me stesso.
Posso sembrare un vigliacco di merda, lo so. Ma sono ancora convinto che sarà tutto più facile se rimarrà con suo marito.
Io, a lei e al piccolo, posso portare solo altro dolore.
Non ho molto di più da offrire. E loro meritano tutto dalla vita, tutto.
Io, a lei e al piccolo, posso portare solo altro dolore.
Non ho molto di più da offrire. E loro meritano tutto dalla vita, tutto.
Bella abbraccia la sua amica. Mi fa sorridere perché la pancia enorme le tiene forzatamente distanti.
Mio Dio è così bella. Ormai siamo quasi alla fine di agosto.
Manca poco.
Mio Dio è così bella. Ormai siamo quasi alla fine di agosto.
Manca poco.
Le sue labbra si aprono in un dolce sorriso.
E non posso fare a meno di pensare che la amo da impazzire.
BPOV
«E’ arrivato?» chiedo sussurrando all’orecchio di Rose.
«Sì, è sempre al solito posto. Come ogni domenica …»
Mi sfugge un sorriso che maschero con un bacio sulla guancia della mia amica.
Non ho mai fatto capire che so.
Primo perché non voglio dargli un motivo per non venire più, secondo perché non voglio che Jake sospetti qualcosa.
Primo perché non voglio dargli un motivo per non venire più, secondo perché non voglio che Jake sospetti qualcosa.
Ormai dal quinto mese si è rilassato e mi lascia uscire di nuovo da sola.
I primi tempi, dopo la scoperta del tradimento e della gravidanza, è stato molto duro con me.
Ci rivolgevamo a stento la parola. Il più delle volte per litigare. Gli ripetevo mille volte al giorno, fino allo sfinimento, che non lo amavo più. Ma questo a lui non è mai interessato.
Mi controllava il cellulare, mi accompagnava ovunque. Ha reso la convivenza quasi insostenibile.
Poi, quando ha capito che Edward non dava nessun segno, non c’era nessun messaggio, nessuna telefonata, ha deciso che tutto poteva tornare a posto.
Tutto poteva rientrare nella sua normalità.
I primi tempi, dopo la scoperta del tradimento e della gravidanza, è stato molto duro con me.
Ci rivolgevamo a stento la parola. Il più delle volte per litigare. Gli ripetevo mille volte al giorno, fino allo sfinimento, che non lo amavo più. Ma questo a lui non è mai interessato.
Mi controllava il cellulare, mi accompagnava ovunque. Ha reso la convivenza quasi insostenibile.
Poi, quando ha capito che Edward non dava nessun segno, non c’era nessun messaggio, nessuna telefonata, ha deciso che tutto poteva tornare a posto.
Tutto poteva rientrare nella sua normalità.
Io, invece, ho solo aspettato il momento giusto per lasciarlo.
Appena nascerà il bambino, che ovviamente porterà il mio cognome, chiederò il divorzio.
Rose mi ha già trovato un appartamento in cui stare. E si è resa disponibile ad aiutarmi con il piccolo e a darmi un lavoro nell’ azienda di suo marito.
Rose mi ha già trovato un appartamento in cui stare. E si è resa disponibile ad aiutarmi con il piccolo e a darmi un lavoro nell’ azienda di suo marito.
Devo solo aspettare qualche giorno.
Poi potrò ritornare a vivere.
Nel mio programma di vita non ho incluso Edward, per ora.
Ma il solo fatto che lui mi aspetti ogni domenica fuori casa e che si senta con Rose per sapere come sto e come cresce il bambino, mi fa stare bene. Mi fa sognare. Mi fa capire.
Non mi importa, per il momento, cosa sarà di noi.
Io avrò il suo bambino, io so che è suo. Nostro. E tanto mi basta.
Quando sarà pronto, perché so che accadrà, io ci sarò.
Noi ci saremo.
Capitolo 12
EPOV
Sono ormai le cinque di domenica pomeriggio e Bella non è ancora uscita di casa.
Neanche Rose si è vista.
Alle sette decido di tornare a casa.
Mi sdraio sul letto, ma non trovo pace.
Provo a chiamare Rose, ma non risponde.
Mai.
Non scrive.
Mai.
Comincio a preoccuparmi.
Comincio a credere che sia arrivata l’ora.
Il cuore pulsa troppo veloce.
Troppo.
Neanche Rose si è vista.
Alle sette decido di tornare a casa.
Mi sdraio sul letto, ma non trovo pace.
Provo a chiamare Rose, ma non risponde.
Mai.
Non scrive.
Mai.
Comincio a preoccuparmi.
Comincio a credere che sia arrivata l’ora.
Il cuore pulsa troppo veloce.
Troppo.
BPOV
Spingo e urlo.
Urlo e spingo.
Urlo e spingo.
Rose mi tiene la mano e mi dice di tenere duro ancora un po’.
Fa un male cane e non mi hanno fatto neanche l’epidurale perché sono arrivata in ospedale completamente dilatata.
Fa un male cane e non mi hanno fatto neanche l’epidurale perché sono arrivata in ospedale completamente dilatata.
Ma il bambino ora non vuole saperne di uscire.
Sento ogni tanto le imprecazioni di Jake fuori dalla sala parto.
Non ho voluto farlo entrare. E per una volta mi ha ascoltata.
Non ho voluto farlo entrare. E per una volta mi ha ascoltata.
Anche il dottor Murray, il ginecologo che ha salvato la mia gravidanza e che in questi mesi mi ha seguita, ha assecondato la mia richiesta e mi ha dato man forte.
Ringrazio lui e Dio perché così ho avuto modo di parlargli e confermargli che il bambino dovrà essere registrato con il mio cognome appena verrà alla luce.
Non ho visto tentennamenti da parte sua.
Stiamo dalla stessa parte.
Ringrazio lui e Dio perché così ho avuto modo di parlargli e confermargli che il bambino dovrà essere registrato con il mio cognome appena verrà alla luce.
Non ho visto tentennamenti da parte sua.
Stiamo dalla stessa parte.
Dovremmo esserci. L’ostetrica ha appena detto di aver visto la testa.
Non so se crederle o no, ma, nel dubbio, spingo ancora più forte.
Non so se crederle o no, ma, nel dubbio, spingo ancora più forte.
E finalmente ecco un vagito.
Il vagito del mio splendido bambino.
Il frutto del mio folle e sbagliato amore per Edward.
Il vagito del mio splendido bambino.
Il frutto del mio folle e sbagliato amore per Edward.
Scompare ogni dolore, ogni frammento di rabbia, ogni ombra di delusione quando questo splendido dono mi viene appoggiato sul seno.
Piange ancora con quella vocina strozzata.
Piange lui, piango io, piange Rose.
Piange ancora con quella vocina strozzata.
Piange lui, piango io, piange Rose.
Ma appena lo accarezzo, lui si calma.
E’ un miracolo. Il mio miracolo.
E’ un miracolo. Il mio miracolo.
Vorrei solo che Edward potesse vedere, potesse sentire tutto l’amore che c’è adesso in questa stanza.
Sarebbe la sua cura, ne sono certa. Perché per me è così.
Sarebbe la sua cura, ne sono certa. Perché per me è così.
Il dottor Murray mi chiede ufficialmente di fronte a Rose e all’ostetrica, che fungeranno da testimoni in caso di necessità, il nome che voglio dare al bambino.
Non ho alcuna esitazione: Swan, Ray Edward Swan.
Pochi istanti dopo il piccolo viene portato via per i controlli di routine e Jake viene fatto entrare.
Rose mi bacia sulla fronte.
Sa che sarà uno dei momenti più difficili della mia vita.
Rose mi bacia sulla fronte.
Sa che sarà uno dei momenti più difficili della mia vita.
Rimango sola con mio marito.
«Dov’è il bambino?» chiede smarrito.
«Lo stanno controllando» spiego.
«Vado a vedere cosa …»
«No Jake, fermati un attimo. Per favore.»
«Dov’è il bambino?» chiede smarrito.
«Lo stanno controllando» spiego.
«Vado a vedere cosa …»
«No Jake, fermati un attimo. Per favore.»
Rimane spiazzato dalla mia richiesta e dal tono che uso perché stavolta è evidente che non gli permetterò di replicare.
Negli ultimi mesi sono stata molto tranquilla e accondiscendente e l’ho fatto soprattutto per il bambino.
Ho voluto evitare rappresaglie di Jake, ho voluto evitare scontri e ho inghiottito tutto quello che potevo per dare il tempo al bambino di crescere sereno dentro di me. E ho dato il tempo a me stessa per oganizzarmi un futuro da sola.
Ho voluto evitare rappresaglie di Jake, ho voluto evitare scontri e ho inghiottito tutto quello che potevo per dare il tempo al bambino di crescere sereno dentro di me. E ho dato il tempo a me stessa per oganizzarmi un futuro da sola.
Ma adesso che Ray è nato, sta bene e non può subire impotente quello che provo, non ha senso rimandare l’inevitabile.
Jake si avvicina nervoso.
«Ho dato il mio nome al bambino» lo informo senza troppi giri di parole.
«Cosa cazzo hai fatto?» vedo montare la rabbia sul suo volto.
«Lo sai Jake che non avrebbe potuto essere diversamente … lo sai anche tu.»
«Se pensi di farmi fuori così ti sbagli di grosso Bella, non puoi chiudermi fuori dalla tua vita dopo tutto quello che ho fatto per te …»
«Il punto è che non ti amo più Jake. Il punto è che amo Edward e che ho partorito suo figlio. Questa è la verità. E nessuno potrà modificarla.»
«Questa è una grandissima cazzata Bella e lo sai benissimo! Che cosa vuoi farci dell’amore eh? Me lo spieghi? Come pensi di mantenerti e di mantenere il bambino? Come? »
«Ce la farò Jake, non sarà un problema tuo …»
«Dipendi da me Bella, dipendi da me cazzo!»
«Ho dato il mio nome al bambino» lo informo senza troppi giri di parole.
«Cosa cazzo hai fatto?» vedo montare la rabbia sul suo volto.
«Lo sai Jake che non avrebbe potuto essere diversamente … lo sai anche tu.»
«Se pensi di farmi fuori così ti sbagli di grosso Bella, non puoi chiudermi fuori dalla tua vita dopo tutto quello che ho fatto per te …»
«Il punto è che non ti amo più Jake. Il punto è che amo Edward e che ho partorito suo figlio. Questa è la verità. E nessuno potrà modificarla.»
«Questa è una grandissima cazzata Bella e lo sai benissimo! Che cosa vuoi farci dell’amore eh? Me lo spieghi? Come pensi di mantenerti e di mantenere il bambino? Come? »
«Ce la farò Jake, non sarà un problema tuo …»
«Dipendi da me Bella, dipendi da me cazzo!»
Jake urla. E maledice me e il mondo e se stesso. Io incasso.
Finché non tocca il bambino, posso farlo.
Finché non tocca il bambino, posso farlo.
«Bella ti prego … non farmi questo» inaspettatamente poi afferra le mie mani e inizia a baciarle.
Gli occhi gli si riempiono di lacrime.
So di avergli spezzato il cuore. So di avergli tolto una delle sue più grandi certezze: me al suo fianco.
Gli occhi gli si riempiono di lacrime.
So di avergli spezzato il cuore. So di avergli tolto una delle sue più grandi certezze: me al suo fianco.
Ma so anche di essere nel giusto.
Non avrei potuto continuare a fingere per tutta la vita.
Lo devo a me stessa e lo devo a Ray.
Non avrei potuto continuare a fingere per tutta la vita.
Lo devo a me stessa e lo devo a Ray.
Sto cercando le parole giuste per consolarlo e in qualche modo rassicurarlo, quando la porta si apre ed entra un trafelato dottor Murray.
Non mi piace per niente il suo sguardo.
Per niente.
Per niente.
«Signora Swan, Bella … c’è un problema.»
Mi si ferma il cuore.
Sono certa lo abbia fatto.
Non ho più battiti. Non ho più fiato. Non ho più pensieri.
Tutto azzerato.
Tutto.
Sono certa lo abbia fatto.
Non ho più battiti. Non ho più fiato. Non ho più pensieri.
Tutto azzerato.
Tutto.
«Ray?» chiedo con un filo di voce.
«Sì»
«Sì»
Capitolo 13
Potrei svenire o piangere o imprecare contro l’universo e Dio, ma non posso concedermi il lusso di perdere il controllo proprio adesso.
Mio figlio ha bisogno di me.
Mio figlio ha bisogno di me.
«Mi dica Murray, mi dica che cosa succede e mi dica che possiamo risolverlo … per favore.»
Jake fa un passo indietro lasciando il suo posto al mio medico di fiducia.
Non che quest’ ultimo gli abbia dato molta scelta.
Inspira profondamente ed inizia a spiegarmi il problema con le parole più semplici che trova, in modo che non ci sia alcuna possibilità di fraintendimento.
Non che quest’ ultimo gli abbia dato molta scelta.
Inspira profondamente ed inizia a spiegarmi il problema con le parole più semplici che trova, in modo che non ci sia alcuna possibilità di fraintendimento.
«Ray ha un problema con lo smaltimento della bilirubina nel sangue. Normalmente viene definito ittero neonatale ed è una cosa abbastanza consueta. Purtroppo nel caso di Ray i livelli sono troppo alti perché sia sufficiente trattarlo con la fototerapia. Il fegato è in grossa difficoltà. E’ necessaria una trasfusione Bella. Al più presto. E tu non sei compatibile e …»
So che cosa vuole dirmi con il suo discorso lasciato a metà e gli occhi rivolti a mio marito.
So che cosa vuole dirmi con il suo discorso lasciato a metà e gli occhi rivolti a mio marito.
«Io sono A positivo» ci informa Jake «se il mio gruppo va bene sono disponibile.»
Lo ringrazio in silenzio. In fondo mio marito ha un buon cuore. Su questo non avevo sbagliato a giudicarlo. Almeno credo.
Ma so anche che il suo sangue non andrà bene per Ray.
Lo ringrazio in silenzio. In fondo mio marito ha un buon cuore. Su questo non avevo sbagliato a giudicarlo. Almeno credo.
Ma so anche che il suo sangue non andrà bene per Ray.
Anch’io sono A positivo.
«Il bambino è B negativo, purtroppo» conferma Murray.
Il silenzio della stanza pesa come un macigno sul mio corpo e il mio cuore.
Gli occhi puntati sul Dottor Murray come a voler scavargli da dentro la soluzione al dramma che si sta consumando.
Gli occhi puntati sul Dottor Murray come a voler scavargli da dentro la soluzione al dramma che si sta consumando.
«Chiamalo» un sussurro soffocato ci fa voltare verso l’angolo della stanza.
Entrambi fissiamo confusi Jake, ci sembra impossibile che la parola appena pronunciata possa essere uscita dalla sua bocca.
Entrambi fissiamo confusi Jake, ci sembra impossibile che la parola appena pronunciata possa essere uscita dalla sua bocca.
«Cosa cazzo aspetti! Chiamalo!» urla rabbioso nei miei confronti prima di sbattere la porta della sala parto alle sue spalle.
«Dottor Murray mi chiami Rose per favore. E le dica di portarmi il cellulare …»
Pochi istanti dopo faccio uscire tutti.
Ho bisogno di tutta la mia forza e la mia concentrazione per parlare con lui.
Compongo il suo numero dopo mesi di silenzio.
Ho bisogno di tutta la mia forza e la mia concentrazione per parlare con lui.
Compongo il suo numero dopo mesi di silenzio.
Due squilli e sento la sua voce.
«Mio Dio Bella …»
Non ce la faccio.
Mi si spacca il cuore a sentirlo.
Crollo. E piango.
Piango come una bambina.
Piango perché ho bisogno di lui, da sempre.
Piango perché ora anche Ray ha bisogno di lui.
E perché non so se lui per noi ci sarà. E’ una cosa così grande quella che devo dirgli e chiedergli.
Mi si spacca il cuore a sentirlo.
Crollo. E piango.
Piango come una bambina.
Piango perché ho bisogno di lui, da sempre.
Piango perché ora anche Ray ha bisogno di lui.
E perché non so se lui per noi ci sarà. E’ una cosa così grande quella che devo dirgli e chiedergli.
«Bella … cosa succede? Bella … parlami ti prego.»
«Edward … è nato» riesco a dire tra i singhiozzi.
«Edward … è nato» riesco a dire tra i singhiozzi.
Non ribatte, ma inizio a sentire un rumore nuovo, diverso.
Sta piangendo. Edward, il mio Edward sta piangendo.
Sta piangendo. Edward, il mio Edward sta piangendo.
Non ho purtroppo il tempo per stupirmi e assorbire come vorrei i sentimenti che adesso finalmente dimostra.
Prima, prima di tutto, adesso viene Ray.
Prima, prima di tutto, adesso viene Ray.
«Edward, ascoltami. Ray è tuo figlio …»
«Lo so Bella, l’ho sempre saputo …» la voce ancora rotta.
«Ho provato a rinunciare a te Edward. Ma non posso rinunciare anche a lui. Ray ha bisogno del tuo sangue. Subito.»
«Lo so Bella, l’ho sempre saputo …» la voce ancora rotta.
«Ho provato a rinunciare a te Edward. Ma non posso rinunciare anche a lui. Ray ha bisogno del tuo sangue. Subito.»
Non chiede perché. Non chiede che cos’ha.
«Dimmi dove siete!»
«Ginecologia. Secondo piano, stanza 26. Ti aspettiamo.»
«Arrivo.»
«Ginecologia. Secondo piano, stanza 26. Ti aspettiamo.»
«Arrivo.»
Ecco perché lo amo tanto.
Quando ho davvero bisogno di lui, Edward c’è. Sempre.
A dispetto del suo carattere, delle sue cicatrici.
A dispetto delle sue e delle mie paure e di tutti i casini che possono nascere. Lui per me c’è.
E il mio cuore questo l’ha sempre saputo.
Ecco perché si è donato a lui senza riserve.
Il cuore sa, sempre.
Quando ho davvero bisogno di lui, Edward c’è. Sempre.
A dispetto del suo carattere, delle sue cicatrici.
A dispetto delle sue e delle mie paure e di tutti i casini che possono nascere. Lui per me c’è.
E il mio cuore questo l’ha sempre saputo.
Ecco perché si è donato a lui senza riserve.
Il cuore sa, sempre.
EPOV
Non perdo neanche tempo a riagganciare.
Prendo le chiavi della macchina e volo giù dalle scale.
Prendo le chiavi della macchina e volo giù dalle scale.
Un attimo dopo sto già infrangendo tutti i limiti di velocità possibili. Spero di non trovarmi una pattuglia in mezzo alla strada perché rischierei di brutto di finire i miei giorni in carcere.
Mi sembra di impazzire.
Vedo l’ospedale di fronte a me.
Vedo l’ospedale di fronte a me.
Dio ti prego, ti prego, fammi arrivare in tempo.
Fammi aiutare il mio bambino.
Ti prego.
Fammi aiutare il mio bambino.
Ti prego.
BPOV
Sembrano eterni i minuti che passano dal termine della telefonata all’arrivo di Edward.
Quando entra nella stanza è sconvolto, ma sempre meravigliosamente bello.
Quando entra nella stanza è sconvolto, ma sempre meravigliosamente bello.
«Vado a chiamare Murray» Jake esce non senza avergli prima regalato uno sguardo pieno di odio.
Non finirà così tra loro, questo lo so.
Ma in questo momento sappiamo tutti quale sia la priorità.
Non finirà così tra loro, questo lo so.
Ma in questo momento sappiamo tutti quale sia la priorità.
«Vi lascio soli …» anche Rose se ne va.
Non parla Edward.
Non mi prende le mani.
Non mi accarezza teneramente il viso. No.
Non mi prende le mani.
Non mi accarezza teneramente il viso. No.
Edward mi avvolge il volto con le sue calde e grandi mani.
E mi bacia sulla bocca.
Mi bacia disperato. Mi bacia in pace.
Mi bacia consapevole che siamo un tutt’uno.
Che non può più farci niente.
E che è ora di smettere di combattere.
E mi bacia sulla bocca.
Mi bacia disperato. Mi bacia in pace.
Mi bacia consapevole che siamo un tutt’uno.
Che non può più farci niente.
E che è ora di smettere di combattere.
Avverto tutto questo sulle sue labbra, nella sua lingua.
Nella presa delle sue dita che finalmente la mia pelle può risentire.
Nella presa delle sue dita che finalmente la mia pelle può risentire.
Rinasciamo insieme in questo letto di ospedale dove la vita di nostro figlio è appesa ad un filo.
«B negativo» sussurra abbandonando per un istante le mie labbra.
Annuisco.
«Ci sono Bella. E ti amo. Vi amo. Non ho più paura. Farò di tutto per te e per lui. Ora e sempre … Perdonami per tutto il male che ti ho fatto. Avevi ragione tu, su tutto. Stavo sbagliando di nuovo … grazie per avermi dato il tempo di capire. Grazie per darmi ora modo di rimediare.»
Un’unica lacrima riga il mio viso.
La prima lacrima di gioia che porta il nome di Edward.
Capitolo 14
Sono seduto sul mio divano.
Non mi sono mai sentito tanto a casa come in questo momento.
Non mi sono mai sentito tanto a casa come in questo momento.
Finalmente, dopo due settimane, abbiamo potuto portare a casa Ray.
Sta bene, il mio sangue ha fatto il suo lavoro e gli ha donato il colorito roseo tipico dei neonati.
Sta bene, il mio sangue ha fatto il suo lavoro e gli ha donato il colorito roseo tipico dei neonati.
Bella sta finendo di allattarlo nella penombra della mia, nostra, camera da letto.
Adoro guardarli mentre si donano e prendono a vicenda, ma so che è un momento magico che lei preferisce condividere solo con il nostro bambino.
Adoro guardarli mentre si donano e prendono a vicenda, ma so che è un momento magico che lei preferisce condividere solo con il nostro bambino.
E poi teme che vederla così mamma possa togliermi l’interesse, il desiderio di lei … follia.
Follia pura.
Non ha idea di quanto bella sia in quei momenti.
Non ha idea di quanto desiderabile sia con le sue rotondità, adesso.
Follia pura.
Non ha idea di quanto bella sia in quei momenti.
Non ha idea di quanto desiderabile sia con le sue rotondità, adesso.
Non l’ho ancora sfiorata perché non ce n’è stato il tempo né il modo.
Negli ultimi giorni è successo di tutto.
La mia vita è stata completamente stravolta.
E la adoro così com’è, cazzo.
Negli ultimi giorni è successo di tutto.
La mia vita è stata completamente stravolta.
E la adoro così com’è, cazzo.
L’amore a volte è davvero semplice se lo lasci fare a modo suo.
Rivado con la mente a quella mattina, alla telefonata di Bella.
Ricordo perfettamente la gioia che ho provato quando mi ha detto che il bambino era nato.
Ray, Ray.
Che bel nome ha scelto. Il nostro raggio di luce.
Ha schiarito tutto, Ray. I cuori. Le menti.
Ricordo perfettamente la gioia che ho provato quando mi ha detto che il bambino era nato.
Ray, Ray.
Che bel nome ha scelto. Il nostro raggio di luce.
Ha schiarito tutto, Ray. I cuori. Le menti.
Ricordo anche il senso di angoscia quando ha detto che aveva bisogno di me. Che c’era qualcosa che non andava.
Non ho avuto molto tempo per capire.
Pochi minuti dopo aver dato a Bella il mio futuro e il mio cuore in quella stanza di ospedale, il Dottor Murray è venuto a prelevarmi e mi ha portato da Ray.
Non ho avuto molto tempo per capire.
Pochi minuti dopo aver dato a Bella il mio futuro e il mio cuore in quella stanza di ospedale, il Dottor Murray è venuto a prelevarmi e mi ha portato da Ray.
Tenere quel fagotto in braccio per la prima volta è stata l’emozione più grande della mia vita.
Ma non ho pianto. Ero consapevole che Ray in quel momento aveva bisogno della mia forza. Di tutta la mia forza.
Ma non ho pianto. Ero consapevole che Ray in quel momento aveva bisogno della mia forza. Di tutta la mia forza.
Una volta prelevato il mio sangue lo hanno introdotto in quel corpicino minuscolo.
Ho pregato, ho pregato come non avevo mai fatto in vita mia.
Ho pregato anche Brie e sono sicuro anche lei abbia fatto la sua parte per Ray, in qualche modo.
Ho pregato, ho pregato come non avevo mai fatto in vita mia.
Ho pregato anche Brie e sono sicuro anche lei abbia fatto la sua parte per Ray, in qualche modo.
Quando sono uscito dalla sala della terapia intensiva dove il mio piccolo stava lottando per sé stesso e per noi, mi sentivo esausto.
Fuori c’era Jake ad aspettarmi.
Sapevo che avrei dovuto affrontarlo, prima o poi.
Non avrei voluto farlo lì, non avrei voluto farlo in quel momento.
Ma non mi ha dato scelta.
Fuori c’era Jake ad aspettarmi.
Sapevo che avrei dovuto affrontarlo, prima o poi.
Non avrei voluto farlo lì, non avrei voluto farlo in quel momento.
Ma non mi ha dato scelta.
Mi ha bloccato la strada in corridoio.
Io stavo tornando da Bella. Io volevo tornare da Bella.
Non doveva bloccarmi la strada. Non doveva.
Io stavo tornando da Bella. Io volevo tornare da Bella.
Non doveva bloccarmi la strada. Non doveva.
La sua voce astiosa ancora mi ronza nelle orecchie.
«Tu non l’avrai mai, scordatelo» ha avuto il coraggio di dirmi buttandomi contro il muro. In pieno corridoio.
No Jake, non dovevi farlo. Non sai di cosa sono capace per difendere le persone che amo. Ancora non lo sai.
«Tu non l’avrai mai, scordatelo» ha avuto il coraggio di dirmi buttandomi contro il muro. In pieno corridoio.
No Jake, non dovevi farlo. Non sai di cosa sono capace per difendere le persone che amo. Ancora non lo sai.
Ho lasciato che continuasse guardando a terra.
E contando fino a cento.
Non è servito a un cazzo.
E contando fino a cento.
Non è servito a un cazzo.
«Lei è mia. Loro sono miei!» ha esagerato.
Ha stramaledettamente esagerato.
Ha stramaledettamente esagerato.
E’ stato un attimo girarlo e portarlo schiena al muro al posto mio. Un braccio ficcato dritto sul collo.
«Senti dottore del cazzo. Ascoltami bene perché non te lo ripeterò. Lei non è tua. Ray non è tuo. Loro non sono di nessuno. Sono stato abbastanza chiaro? Stai alla larga da loro … e da me. Credimi, ti conviene.»
«Lei non può farcela senza di me. Ha firmato un accordo prematrimoniale. Perde tutto se divorzia. Non avrà un centesimo in tasca …»
«Avrà me, coglione. E avrà Ray. E se ancora non te ne sei accordo Bella ce la farebbe anche da sola. E’ più forte di te e me messi insieme …»
L’ho lasciato così, a gridare «bastardo», mentre mi allontanavo e tornavo al mio posto.
Avrei davvero voluto spaccargli la faccia, lo giuro.
Ma il nuovo Edward, quello risorto con la nascita di Ray e con l’amore della donna che lo ha dato alla luce, ha deciso di non farlo.
Bella mi stava aspettando. Era da lei che dovevo andare.
Avrei davvero voluto spaccargli la faccia, lo giuro.
Ma il nuovo Edward, quello risorto con la nascita di Ray e con l’amore della donna che lo ha dato alla luce, ha deciso di non farlo.
Bella mi stava aspettando. Era da lei che dovevo andare.
E comunque ho avuto chiara la sensazione che non sarebbe stata l’ultima occasione per dare al coglione quello che si merita.
Scuoto la testa. Non voglio pensieri negativi.
Voglio godermi la pace di casa. E del mio cuore, finalmente.
Voglio godermi la pace di casa. E del mio cuore, finalmente.
Inizio a pensare che Bella e Ray si siano addormentati, ma un fruscio lento e attento proveniente dalla camera mi fa capire che Bella sta scendendo dal letto.
Arriva a piedi scalzi, solo una mia camicia semi aperta e un paio di slip coprono il suo corpo.
Il silenzio da cui siamo circondati mi fa gustare pienamente il suo avanzare aggraziato e sensuale.
Il silenzio da cui siamo circondati mi fa gustare pienamente il suo avanzare aggraziato e sensuale.
Se fossi l’Edward di un anno fa le correrei incontro, l’alzerei di peso e la appoggerei sul tavolo.
Mi aprirei un varco tra le sue gambe e la farei mia senza darle il tempo di capire quello che sta succedendo.
Ma non sono più quell’Edward e il gioco, ora, lo lascio condurre a lei.
Mi aprirei un varco tra le sue gambe e la farei mia senza darle il tempo di capire quello che sta succedendo.
Ma non sono più quell’Edward e il gioco, ora, lo lascio condurre a lei.
Le ho aperto il mio cuore, le ho donato l’anima che lei stessa ha fatto risorgere.
Un’anima ferita che porterà sempre le cicatrici del passato, proverà sempre un dolore latente per quello che è stato e non è stato.
Ma ora riesco a vedere un futuro davanti.
Ora ho Bella davanti.
E Ray. E non mi serve altro.
Io ho tutto.
Ho la luce.
Un’anima ferita che porterà sempre le cicatrici del passato, proverà sempre un dolore latente per quello che è stato e non è stato.
Ma ora riesco a vedere un futuro davanti.
Ora ho Bella davanti.
E Ray. E non mi serve altro.
Io ho tutto.
Ho la luce.
Osservo la mia donna ormai a pochi centimetri dalle mie gambe.
Si ferma sfiorando con le sue dita nude la punta dei miei piedi.
Gli occhi fissi nei miei.
Si bagna il labbro inferiore con la lingua.
E io non capisco più niente.
Le afferro i glutei attirandola a me.
Mi scavalca con una gamba. Poi con l’altra.
E si sistema esattamente sopra il mio desiderio.
Si ferma sfiorando con le sue dita nude la punta dei miei piedi.
Gli occhi fissi nei miei.
Si bagna il labbro inferiore con la lingua.
E io non capisco più niente.
Le afferro i glutei attirandola a me.
Mi scavalca con una gamba. Poi con l’altra.
E si sistema esattamente sopra il mio desiderio.
«Mi sembra fossimo rimasti qui, l’ultima volta …» sussurra mordendomi l’orecchio.
Sorrido perché mi si spalanca il cuore.
Sorrido perché sono felice. Maledettamente felice.
Sorrido perché mi si spalanca il cuore.
Sorrido perché sono felice. Maledettamente felice.
No, vorrei dirle. Eravamo molto più indietro.
Io ero molto più indietro.
Ma ti ho raggiunta.
Ho attraversato il buio delle mie paure, il dolore dei miei ricordi.
Ho sudato e pianto e imprecato contro di te e tutto l’universo.
Ma ora sono qui.
E da oggi camminerò sempre al tuo fianco.
Libero e fiero di averti, avervi, accanto.
Io ero molto più indietro.
Ma ti ho raggiunta.
Ho attraversato il buio delle mie paure, il dolore dei miei ricordi.
Ho sudato e pianto e imprecato contro di te e tutto l’universo.
Ma ora sono qui.
E da oggi camminerò sempre al tuo fianco.
Libero e fiero di averti, avervi, accanto.
«Ti amo» mormoro appoggiando le labbra sulle sue, mentre due dita strappano l’elastico dei suoi slip dandomi il permesso di iniziare la nostra nuova vita insieme.
FINE.















La storia dev'essere ancora aggiornata sul blog, sai che purtroppo sia io che Cri in questo periodo non possiamo essere presenti come vorremmo, ma sul gruppo la storia c'è tutta e io l'ho letta. Sai anche che sti due li ho odiati come pochi hahahahahahahahahah! Ma nel gruppo ho scherzato tutto il tempo perchè non è questo il punto. Questa è la tua prima avventura in una semi-long e direi che è andata molto bene! Hai un'ottima proprietà di linguaggio e sai destreggiarti sia tra le varie parti del discorso e sia in una trama. La storia scelta da te è semplice, è un canovaccio classico: due amanti, un marito assente o bastardo o altro, la debolezza della carne e della volontà finchè non arriva la svolta che in questo caso è rappresentata da una nuova vita che sta arrivando e che infonderà il coraggio necessario nei due amanti per prendersi finalmente quello che vogliono, coronando il loro sogno d'amore e di famiglia.
RispondiEliminaIn realtà questo è un tema difficilissimo, perchè i fattori in gioco sono molti, soprattutto quelli che riguardano i caratteri e le scelte dei due amanti. Tu hai scelto di fotografare un pezzo della loro storia, senza affaccendarti a spiegare come sono arrivati lì, decidendo invece di iniziare quando la loro relazione era già ad un punto doloroso e di non ritorno, hai fatto bene perchè avresti dovuto spiegare troppo e nelle due settimane a disposizione non ce n'era il tempo, quindi il taglio che hai dato alla storia è ottimo e nei capitoli hai usato dei cliffhanger che hanno legato e incuriosito il lettore portandolo a voler sapere sempre di più o, come nel mio caso, a voler vedere come ti cavavi d'impaccio inserendo drammi al dramma. Direi che te la sei cavata benissimo, la storia è drammatica sia nell'idea che negli espedienti e persino nell'uso delle frasi insistenti, drastiche e "senza via di scampo". Sei brava Consu, ti stai rosicchiando un tuo posto personale nel marasma dei racconti romance e ne hai tutte le qualità per farlo. Devi però staccarti dalla narrazione non "tua-tua", qui c'è tanto dello stile di Cri - che come sappiamo tutte è distintivo e molto personale - e c'è, a volte, una forzatura nell'uso del linguaggio sporco che spesso viene usato per enfatizzare uno stato di alterazione, ma che a volte è di troppo, capita spessissimo anche a me, purtroppo, ma questa è un'inezia facilmente superabile. Mi permetto di dirti tutto questo perchè se fossi "na mezza calzetta" andrebbe tutto benissimo, ma tu sei una di quelle che è destinata a fare moltissimo, anche perchè se non lo facessi sarebbe davvero una perdita per tutti e io non me la sento proprio di non scrivere un commento sincero fino al midollo. La cosa miracolosa invece è che nun te davo due lire per l'happy ending perchè le cose erano talmente "orende" che io non lo vedevo proprio, invece hai usato gli equilibri perfettamente, e dico proprio perfettamente, deviando la storia in maniera assolutamente convincente. Mi piacerebbe moltissimo leggerti in una long più long, in una storia dove la trama passa per vari svincoli e dove puoi darti alla pazza gioia con il carattere dei personaggi, perchè tu sei una di quelle che punta di più all'aspetto sentimental/incasinato delle persone in gioco, piuttosto che ad una trama di sfondo dove i personaggi devono risolvere qualcosa, quindi sei portata all'approfondimento caratteriale e alla mente piuttosto che all'azione. Sai che vuol dire questo? Che sei la perfezione per il romance che acchiappa la maggior parte delle lettrici in circolazione e questa è una cosa davvero invidiabile.
Ti faccio i miei più sentiti e vivi complimenti, nell'attesa della tua prossima storia :D
Eccomi. Ho letto il commento di Laura e devo dire che abbraccio in pieno quanto ti è stato detto. Anche io ho notato il tuo aver assorbito il modo di scrivere di Cristina, e ti ho presa in giro per questo nei miei commenti direttamente sul capitolo. Penso però che, visto che hai rotto gli argini con questa tua prima volta, ora tu sia in grado di prendere e dare libero sfogo al tuo vero io che sì, può essere influenzato da Cristina o da altri, ma che deve trovare una sua propria direzione. In poche parole crea un tuo modo di scrivere perché ne hai le capacità sotto tutti i punti di vista: padronanza del linguaggio, capacità di seguire bene i tempi dello svolgersi della storia, conoscenza ottima della nostra lingua, spesso bistrattata, e della sintassi.
RispondiEliminaHai fatto un ottimo lavoro, soprattutto in virtù del fatto che era la tua prima volta.
Grazie per aver scritto questa storia! Ci sono tutti gli elementi che colpiscono me e la maggior parte delle lettrici. Lui e lei con una situazione complessa nel vissuto, passione e amore sfrenati, un senso di angoscia costante, ai limiti di sadismo e depressione (siamo malate, sono consapevole...) , ma latente c'è una voglia di rinascita e riscatto che inevitabilmente porta all'happy end. Pace, amore e pannolini!
RispondiElimina(Siamo banali, so anche questo.)
Corretto quasi alla perfezione, che per me è sempre un valore aggiunto ( gli errori mi spengono proprio l'ormone... N'altra malattia...), il testo risente non solo della struttura sincopata che ci piace tanto di Cristina, ma anche della lettura di diversi romanzi che ultimamente hanno colpito più di altri la nostra sensibilità. In alcuni punti il tuo Edward mi sembrava lo stalker de "I tuoi occhi su di me" o il sofferente protagonista di "Ugly love", ma attenzione, non è plagio, e' ispirazione. Ci si ispira sempre a qualcuno già letto, al romanzo che qualcun altro ha scritto e con cui ci ha fatto sognare. Mai a qualcosa che non ci è piaciuto... Diventa parte del nostro patrimonio culturale, è un processo lentissimo di evoluzione ed è bellissimo perché parla tantissimo di noi e di ciò che ci piace, ci tocca di più. Ma poi quel "tipo", tanto lo stile letterario quanto il personaggio vero e proprio, diventa tuo, evolve e nasce un personaggio nuovo, uno stile nuovo: il tuo.
Perciò, brava. Hai fatto un buon lavoro e man mano che continuerai ti allontanerai sempre di più dai "modelli" per sviluppare un tratto più distintivo perché proprio tuo.
Per me è stato già un grande successo!
In bocca al lupo e ancora tanti complimenti!
(...un pugno in faccia a cessoapedali però glielo potevi dà.........!!!)
Bacioni!!!
Cristina l'altra
Ringrazio subito voi che avete commentato anche qui.
RispondiEliminaFarò sicuramente tesoro di ogni vostro prezioso consiglio, perché sono assolutamente certa che è sincero e scritto con intenti positivi e affetto (cosa rara in questo mondo ormai, ancora di più tra donne purtroppo).
Ci tengo solo a precisare una cosa: da quando faccio parte di questo gruppo ho avuto la possibilità e il privilegio di incontrare e confrontarmi con autrici (oltre che belle persone) veramente molto brave che stimo in maniera folle. Mi sono affacciata, grazie ai contest e ai commenti in cui venivano consigliate letture, a romanzi e stili per me nuovi che mi hanno colpita molto e mi hanno fatta crescere, anche e soprattutto come persona. Tanto ho imparato dai confronti diretti con voi in questa occasione e in altre passate e, con alcune scrittrici in particolare, che possono essere le due Cristine ma anche Paola, ho sentito un immediato feeling nel loro modo di scrivere, esporre i pensieri e "soffrire".
Ma lungi da me l'idea di emulare ciascuna della autrici qui presenti o qualsiasi autore che sono andata a leggere, principalmente perché non lo troverei una cosa corretta, ma anche perché non mi ritengo assolutamente all' altezza di raggiungere i loro livelli.
Come spiega Cristina qui sopra, molte cose che ho letto in passato e di recente, qui e altrove, e che mi hanno colpita dentro, sono state fonte di ispirazione. Questo è assolutamente vero e inevitabile. Ogni cosa che leggo e che mi piace in qualche modo diventa "mia". Le sento, vibro, soffro. E mi resta dentro come fosse parte di me, una sorta di "bagaglio di vita". E poi man mano che passa il tempo la vedo crescere e svilupparsi in qualcosa d nuovo e diverso a cui difficilmente ora riesco a non dare più bada.
E' una cosa davvero complicata da spiegare.
Ho sempre scritto molto, ma sempre e solo per me stessa fino a giugno scorso quando ho condiviso "un tuffo nel destino", come sfogo puramente personale. Nel mio pc, come dicevo anche a Paola in una conversazione di qualche giorno fa, ci sono un sacco di "pensieri sparsi"(per lo più tipicamente angst ma ancora non lo sapevo ahahah) che rappresentano uno scorcio, un attimo della mia vita che urlava per venire fuori.
Anche questa storia ha parecchio di me dentro. Sensazioni, sofferenze, emozioni. Fatiche. Rinunce.
Ed è davvero bello aver trovato il canale, il modo, per condividere il tutto con persone come voi capaci di vedere oltre e dentro, capaci di assorbire le mie stesse emozioni.
Io vi ringrazio nuovamente per aver donato parte del vostro tempo (che sappiamo è sempre più tirato) per leggere questa storia, per amarla ed "odiarla" a tratti, per commentarla nel gruppo e anche qui.
Vi sono grata per i consigli e spero davvero di riuscire a trovare la mia strada come mi avete tutte augurato.
Grazie davvero!
Bacio
Consu
ps: Cessoapedali magari prima o poi il pugno se lo prende pure vai a sapere ahahahah lo lasciamo in attesa
Storia molti intensa, con personaggi pieni di luci ed ombre.
RispondiEliminaIl rapporto fa pensare a tanti rapporti “maledetti” raccontati dalla letteratura, in primis quello di Heathcliff e Catherine, anche se il finale per fortuna è meno cupo.
Bella dovrebbe essere felicemente sposata con un uomo maturo in grado di offrirle non solo la stabilità economica, ma anche equilibrio sentimentale e affettivo. Il povero Jacob sembra essere incredibilmente paziente e comprensivo nei confronti di una moglie più giovane che, senza offrire spiegazioni, di colpo gli nega ogni forma di rapporto intimo. Questo è a mio avviso il personaggio meno riuscito perché contraddittorio senza plausibili spiegazioni. Nel racconto di Bella è premuroso, paziente, disponibile, poi di colpo sembra tenere solo alle apparenze e alla facciata di rispettabilità. Diviene calcolatore, possessivo, quasi abusante, ma poi agisce con generosità e altruismo davanti alle difficoltà del bambino. Perché? Non si capisce.
Più interessanti i personaggi principali. Affascinante l’alchimia che li lega uno all’altra, la spinta a cercarsi e la capacità dei loro corpi di riconoscersi come complementari. Affascinante anche l’incapacità di ammettere e verbalizzare i sentimenti, soprattutto quelli di inadeguatezza. Bella non crede di poter essere abbastanza importante per lui, lui si sente colpevole per una sfortunata e tragica vicenda del proprio passato. Alla fine lei è quella più matura, quella in grado di aspettare con pazienza che lui superi le proprie paure ed insicurezze per assumere un atteggiamento da adulto responsabile.
Unico neo: mi sembra che talvolta ci sia un concentrato eccessivo di sfiga che rende le storie surreali. Brie che si uccide perché lui non fa i salti di gioia per la prospettata paternità, l’incidente in auto di Edward, il rischio di aborto spontaneo di Bella, il bambino a rischio di vita...ma un pellegrinaggio a Lourdes no? Continuo a pensare che a rendere interessanti le storie bastino pensieri e sentimenti dei personaggi e non siano necessarie sempre situazioni estreme.
Piacevole la scelta del punto di vista alternato che ci mantiene sempre in contatto con i due protagonisti; stile: la paratassi con ritmo martellante è funzionale al mantenimento della tensione emotiva.
Non è un segreto che la Consuelo mi sia piaciuta fin dal primo momento. Ma tanto, eh?
RispondiEliminaNelle one shot scritte per i contest mi ha incantata ogni volta con la sua abilità narrativa e la grazia che contraddistingueva tutti i suoi scritti. Anche nei passaggi erotici è sempre stata molto elegante. Insomma “la Consu” scrive bene!!!
In questa storia mi sei piaciuta ancora una volta. Queste sono le storie che mi piacciono, che scrivo e che leggo.
A questo proposito sento di dover spendere due parole in merito a ciò che ti è stato detto. Sono d’accordo con te. Veniamo ispirate da ciò che ci piace e il nostro cervello assimila e fa poi proprio ciò che amiamo di più. Io stessa l’ho sempre fatto. Ho avuto le mie muse “ispiratrici” che ad un occhio esperto non sarebbero sfuggite. Mamasutra per tutto il filone del tradimento, lei mi ha dato il coraggio (che vorrei avere anche nei romanzi) di scrivere fan fiction crude e “sporche”, non per il piacere di mettere già zozzerie, ma per le emozioni e le immagini che certe frasi mi comunicavano. Yellow Glue per lo stile un po’ ipnotico, talvolta surreale e molto intimistico. Mi sono ispirata alla James per Sinner. Allora lei si chiamava Snowqueen Icedragon e le sfumature si chiamavano Master of the Universe. Insomma non ho inventato niente. Ho solo “vibrato” nel leggere certe autrici e ho trovato la mia piccola strada a modo mio. Poi ci ho aggiunto una cifra personale, così come tu hai aggiunto la tua.
Non è facile scrivere una storia composta da 14 minicapitoli e farla girare bene. Eppure tu e Denise siete state molto in gamba. E ora la Jusy non sembra da meno.
Insomma... la stoffa a mio avviso c’è. E non vedo l’ora di leggerti in una long, dove sono certa verrà fuori tutta la tua bravura e grazia!
Cristina